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La solennità di Cristo Re dell’Universo e l’Avvento, il cui inizio ci apprestiamo a vivere la prossima domenica, ci collocano liturgicamente in una situazione di “passaggio”, di scavallamento di una frontiera. Un vecchio anno finisce e un nuovo anno comincia.

Le letture di questi giorni interpellano la nostra coscienza a vedere tutte le cose a partire dalla loro fine, e non dal loro inizio. È la luce della fine che illumina il presente, potremmo dire. Il clima liturgico apocalittico – di tutto che va a compiersi nella sua fine – ci interroga sulle tante frontiere che ciascuno di noi passa nella sua vita, le tante fasi, le diverse età della vita, i confini fisici e spirituali che, consci o inconsci, ogni giorno siamo chiamati a scavallare. «La frontiera è la scuola dell’attesa», ricorda Mons. José Tolentino Calaça de Mendonça, poeta e scrittore portoghese recentemente nominato archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, in una bella intervista comparsa nel libro “Sconfinare” della giornalista Donatella Ferrario. Il suo attendere da bambino il ritorno di suo padre pescatore sulla spiaggia dell’isola di Madeira si accompagnava all’attesa di qualcosa di sconosciuto, di ignoto, di un forestiero che gli avrebbe aperto, sono parole sue, «un senso al frammento che noi siamo». Un completamento. Una coscienza di essere parte e non totalità, di dovere essere completati, compiuti da un altro (e da un Altro, per chi crede).

L’esperienza umana dell’attesa diventa, dunque, nella prospettiva cristiana dell’Avvento dell’Emmanuele, paradigma del “laboratorio spirituale” (sono sempre parole di Tolentino) che noi siamo per intima costituzione: esseri che compiono la propria vita in un continuo scavallare di confini che ci trascendono. Confini che ci aprono a incontri, a esperienze nuove, a trasformazioni vitali. La stessa vocazione, ricorda il poeta portoghese, non arriva con delle certezze, ma piuttosto con delle domande, che aprono all’attesa. È una “saudade do futuro”, una “nostalgia del futuro”, che caratterizza l’uomo in generale e in modo del tutto particolare il religioso, che ha affidato la sua vita a un Altro, che lo chiama sempre ad “andare oltre”, a “scavallare”.

Questo lo sentiamo molto vero per noi, Paolini di oggi, che con la memoria ben piantata nelle radice profonde e feconde del nostro Padre Alberione, siamo chiamati a scavallare, insieme, le frontiere del “si è fatto sempre così” per aprirci all’evento di novità che ci aspetta dietro le fragili barriere delle nostre paure.

Buon Avvento a tutti.