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Mer, Set

In Dialogo

2014. Centenario della Famiglia Paolina. In un angolo del mondo due giovani danno il via a un’iniziativa, interamente dedicata alla Bibbia, che sarebbe molto piaciuta al Beato Don Giacomo Alberione: the bible project (https://thebibleproject.com/). Oggi, a distanza di soli cinque anni, il progetto ha raggiunto un milione di iscritti che si immergono nelle pagine della Bibbia, non solo per conoscere e approfondire, ma anche per meditare e lasciarsi trasformare dalla Parola.

Chi sono i fondatori?

Il primo, Tim Mackie (http://www.timmackie.com/about-tim), è uno scrittore e docente di Sacra Scrittura, con un dottorato di ricerca in Lingue semitiche e teologia biblica. Dopo aver ricevuto il battesimo all’età di vent’anni, scopre la forza di una Parola che permea la vita, e decide di dedicare ad essa la vita, gli studi, il lavoro. Padre di due figli, Tim è colui che assicura i contenuti e ricorda che la Parola, prima di essere un libro, è volto, relazione, esperienza.

Jonathan Collins (http://www.jonpdx.com/) è l’esperto di comunicazione del team. Nella vita, oltre a esercitare il ministero di Pastore, ha avuto modo di specializzarsi nei linguaggi digitali e nelle strategie di comunicazione. Laureato in teologia biblica, è l’anima creativa del progetto, l’architetto delle idee per trasmettere in modo dinamico e semplice quanto rischia di essere percepito come troppo impegnativo e complesso. Anche lui padre di due figli, dal 2016 si dedica a tempo pieno alla Parola. 

Dal 2014 al 2019 il team si è esteso, coinvolgendo altri giovani, ma tenendo sempre viva una duplice passione che ha molto di paolino: la passione per la Parola e quella per la comunicazione. Attraverso video, podcast, approfondimenti, app scaricabili gratuitamente, aiutano a cogliere la Bibbia come storia di salvezza e come luogo di incontro con Dio. Estranei a ogni devozionalismo o moralismo, promuovono non solo la diffusione della Bibbia, ma anche la sua lettura (cf l’app: https://www.readscripture.org/) e il luminoso cammino di sequela del Cristo che ne deriva.  

Bisogna proprio riconoscerlo: quando c’è passione dentro, basta un granello di senape caduto nel terreno giusto, e la vita scorre…

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

Ogni anno il 20 agosto ci fa rivivere quello storico 20 agosto 1914 quando il giovane Don Alberione, coi i due primi giovanissimi ragazzi, dava inizio alla Famiglia Paolina. In quel momento sia per lui, sia per i due ragazzi, l’Opera intrapresa era soltanto un sogno con il futuro pieno di interrogativi. Oggi possiamo ben dire che il sogno di Don Alberione è diventato una grande realtà, forse anche più grande di come la pensava lui in quel lontano 20 agosto 1914… 

Tante persone si sono domandate perché l’Opera di don Alberione si sia sviluppata così bene e abbia portato tanto frutto nel mondo. Altrettante tante persone hanno dato le loro risposte. Invece la risposta che il Primo Maestro dava al successo delle sue iniziative era sempre la stessa: «Tutto è venuto dalla Divina Provvidenza». L’espressione più conosciuta di quella risposta fu la famosa “cambiale” («cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia»), trasformatasi, poi, in quella preghiera alla Divina Provvidenza che conosciamo come “Segreto di riuscita”, di cui celebriamo quest’anno il Centenario.

Il metodo di fidarsi di Dio di Don Alberione lo potremmo chiamare “provvidenzialismo demenziale controllato”. “Provvidenzialismo”, perché contava sempre sulla Divina provvidenza. Ai nostri primi di Alba non è mai mancato nulla e c’erano quattrocento bocche da sfamare, vestire e istruire… Si, hanno passato dei momenti duri, ma li non è mai mancato nulla. “Demenziale”, perché a volte Don Alberione ha fatto salti nel vuoto con una fiducia cieca nella Provvidenza, quando, ad esempio, ha mandato all’estero i primi missionari paolini a mani vuote o quando ha deciso di costruire il Santuario Regina degli Apostoli a Roma in quei poverissimi anni del Dopoguerra. Infine, “controllato” perché questi salti nella fede non si sono verificati con troppa frequenza e, inoltre, la Congregazione ha sempre pagato i suoi debiti.

I fatti sorprendenti, per non dire prodigiosi, di questa fiducia nella Divina Provvidenza sono numerosi. Un giorno d’inverno, al chierico Lorenzo Bertero, che era tornato con le mani vuote da un giro di propaganda, Don Alberione diede un indirizzo preso a caso dallo schedario dei benefattori, pregandolo di recarvisi. Il giovane obbedì e partì verso un paesino del Piacentino. Dall’oste apprese che si trattava di una vecchina, che abitava nella valle. Era notte e la strada era ghiacciata. Raggiunta a piedi la cascina, la vecchina lo rifocillò. Dopo aver appreso il vero motivo della visita, donò al giovane chierico diecimila lire in cartelle del tesoro, pregandolo di salutare il santo sacerdote Don Alberione.

Tre cose sulla Provvidenza sembrano importanti da considerare:

  • La Divina Provvidenza non è un gioco da bambini: Dio ci conosce intimamente e sa ciò di cui siamo capaci. Come dice Sant’Agostino, dobbiamo fare ciò che possiamo e chiedere per ciò che non possiamo fare. Ma non si può barare. Se non facciamo la nostra parte, non potremo sperare che Dio faccia la sua.
  • La Divina Provvidenza non è un tiranno: Dio non ci chiede l’impossibile! Ci chiede di fare il nostro dovere, niente di più! A tutto il resto ci pensa Lui! Se ad esempio a un giovane prete albese avessero detto che avrebbe dovuto fondare una Famiglia religiosa di circa 8.000 membri che si estende in 68 paesi di tutti i continenti, il povero prete sarebbe morto di angoscia, pensando che tutto questo sarebbe stato più pesante delle sue proprie forze. Ma invece Dio gli ha detto: «Va’ e fai qualcosa di buono per la Gloria di Dio a la pace gli uomini di questo nuovo secolo». E proprio questo, che noi tutti conosciamo e ammiriamo di lui, egli ha fatto. Tutto il resto è stato aggiunto da Qualcun Altro…
  • La Divina Provvidenza non agisce direttamente: soltanto in cielo vedremo in quali persone, incontri, sconfitte, delusioni e avvenimenti “casuali” stava operando la Divina Provvidenza nella nostra vita, per condurci a realizzare la missione alla quale Dio ci ha chiamati. Don Alberione, da parte sua, «non forzò mai la mano di Dio. Gli bastò vigilare e lasciarsi guidare, impegnare nei vari doveri tutta la mente, la volontà, il cuore, le forze fisiche; attendere sempre il segno di Dio».

Il vero intralcio alla Provvidenza – ripeteva il nostro Fondatore – è il peccato, che è un ostacolo diretto per la santificazione e per le vocazioni e un ostacolo indiretto per i bisogni materiali e lo sviluppo delle opere.

Guardando la nostra difficile realtà d’oggi (mancanza di vocazioni, scarsità economiche, età media alta dei membri, etc.), ci sembra che Dio non si preoccupi delle nostre necessità. Con l’aiuto della fede siamo chiamati, però, a provare a capire cosa Egli stia davvero compiendo nella nostra vita. 

* Tomasz Lubas è l'Economo generale della Società San Paolo.

Il cammino sinodale che Papa Francesco ha indicato come volto della Chiesa del terzo millennio e che il nostro Superiore generale ha scelto come percorso di avvicinamento e come modalità di celebrazione del prossimo Capitolo generale della Società San Paolo, ha necessità di una riflessione approfondita sia sulla sua natura che sulle sue implicanze perché non rimanga solo uno slogan o una moda del momento.

Nell’ultimo nostro intervento in questa rubrica, abbiamo sviluppato la dimensione ecclesiologica del cammino sinodale, individuando “il popolo di Dio” come soggetto attivo di questo cammino, dandone anche le radici bibliche di questa visione, riscoperta dal Vaticano II e promossa da Papa Francesco.

Abbiamo anche cercato di applicare questa dimensione alla nostra congregazione, la Società San Paolo, proponendo l’immagine di “Popolo di Dio congregato”.

Tutto questo perché, se veramente vogliamo intraprende come congregazione il cammino sinodale, dobbiamo dare a questa dimensione un solido fondamento teologico e, nello stesso tempo, farla diventare una realtà incarnata nel nostro vissuto quotidiano avendo un reale riscontro e applicazione nella nostra vita ordinaria congregazionale. Dobbiamo passare dall’”idea” di Popolo di Dio all’”essere” Popolo di Dio congregato.

Una caratteristica, un requisito che evidenzia e dimostra l’essere noi popolo di Dio congregato è “il senso di appartenenza”. Nelle nostre comunità e circoscrizioni accusiamo spesso la presenza di un persistente individualismo e di una frantumazione di risorse e di energie. L’acquisire la dimensione di popolo di Dio congregato, attraverso lo sviluppo del senso di appartenenza a questo popolo, può essere la strada e la medicina per recuperare armonia e comunione nei vari ambiti della nostra vita congregazionale.

Dobbiamo, però, sintonizzarci su cos’è per noi e come lo coniughiamo questo senso di appartenenza, ammesso che condividiamo l’assunto che esso è indispensabile per la nostra vita.

Riporto alcuni pensieri di Don Galaviz proprio su tale tema:

“Il significato della parola appartenenza (dal latino pertinentia), è quello di proprietà, che nel nostro caso è da prendersi nelle due direzioni: il consacrato deve riconoscersi proprietà dell’Istituto, e allo stesso tempo essere convinto che l’Istituto gli appartiene. Si deve, quindi, identificare con l’istituzione o famiglia re­ligiosa della quale fa parte: appartenere equivale anche a partecipare attivamente alla vita e alle opere del proprio gruppo”.

“È bene ricordare che la comunità consacrata è un gruppo umano primario, come lo è la famiglia; non è però istintivo o naturale, ma di elezione e per motivi soprannaturali. Tra i membri di una comunità consacrata non intercorrono vincoli di sangue, ma i vincoli che li uniscono sono ancora più stretti e di natura superiore (cf AD 35). Alla pari con la famiglia naturale, la comunità consacrata è caratterizzata da un’interazione diretta dei suoi membri e non si tratta di una semplice associa­zione occasionale o convenzionale di persone (gruppo secondario) dove i rapporti sono indiretti o formali, più di indole contrattuale che conviviale”.

“Vocazione, consacrazione e missione: nella vita consacrata, questi tre elementi stanno alla base di una comune identità e della scelta di una condivisione di vita. Grazie a questi elementi, il senso di appartenenza dell’individuo cresce come ade­sione concreta alla comunità e al proprio istituto (e, nel nostro caso, all’intera Famiglia Paolina). Tale adesione è un sentimento dinamico, suscettibile di cre­scita, come pure di crisi o diminuzione. In prospettiva di crescita, questo senti­mento di adesione si muove dalla conoscenza alla stima; dalla stima all’amore; dall’amore alla dedizione e all’impegno pratico”.

“Finiamo con una domanda: in questo momento della nostra storia, che ci trova già protagonisti del XXI secolo, quale è il senso di appartenenza che ci occorre?

Il senso di appartenenza di cui abbiamo bisogno come membri della Famiglia Paolina non è quello anagrafico o statistico; neanche quello nostalgico e anacronistico che vive di memorie e di rimpianti; né un senso di appartenenza rassegnato e passivo, oppure ipercritico e inconcludente. Il nostro senso di appartenenza deve essere profondo, sentito e attivo, coerente e profetico”.

Quanto ci ha offerto don Galaviz sono gli elementi di base di questo tema.

Sarebbe auspicabile che potessimo creare un forum di dibattito su questo come su altri argomenti, sia come momento di condivisione sia per arricchirci vicendevolmente dando ciascuno il suo contributo alla riflessione.

 

*Don Vito Fracchiolla, Vicario generale della Società San Paolo.

 

There are two categories of people in the world or perhaps more — those who, regardless of the crucibles of life, think beyond their disappointments to achieve the goals they have set out to achieve and those who have wonderful goals to realize yet are stuck up in self-piety and delusion because they think life is cruel and does not create the enabling environment for them to achieve their dreams. The former are not very many because every person is not able to conceive life the same way they conceive it. The latter are huge in figure because it is a lot easier and cozier to throw in the towel than face life head on when challenges put them to the test. Though all are human beings, not all have the capacity to convert all experiences, good as well as bad, into opportunities for growth and improvement. Though all are plague in different ways with different problems, some are able to process their problems into diets of self-improvement and self-resuscitation.

Thinking is a principal characteristic that distinguishes man from other species of animals. Unlike the animals in the jungle, man has risen above other creatures as a result of thinking, thus proving his dominance through his inventions as evident in science, in the creation of machines, and in literature such as the writing of books. As a tool, thinking is used for numerous purposes like solving problems, making judgments, discovering the truth, and resolving disagreement.

Thinking varies from person to person. However, it can be categorized into two: undirected and goal directed. Undirected thinking is a form that occurs with minimal to zero logical processing of a given situation. It is the “building castles in the air” or the make-believe kind of thinking in which beliefs and judgments are colored by the personal needs of the thinker than by the external reality. Goal directed thinking, on the other hand, goes through a logical process in evaluating a given situation. It is a form of thinking that reaches a sort of end when its task is fulfilled. Subsumed under it is the critical form of thinking also known as the “clear thinking” or “good reasoning”. Here, logic is king. Its essence can be perceived from the point of view of the fact that through logical thinking, we formulate arguments that possess the virtue of validity which paves the path towards achieving a specific goal.

Apart from critics who may argue for gratification purposes, it is easy to see that the direct mode of thinking has its advantage over other modes of thinking. With this method, we Paulines can make sense of the gift of the vocation that we have received. We can understand better the reason behind our life together as a community. We can be motivated by the realization that our existence as Paulines has an aim that points toward an eternal good; and with this consciousness we can try to modulate the way we think, talk, and behave in order to arrive at that specific goal.

Common claims made with reference to thinking are that thinking has a bearing in performance and a telling influence in health. In performance, it is understood that the result of what is to be achieved depends largely on the mode of thinking that is used. The extent of the achievement is directly proportional to the extent direct or positive thinking is employed. The same is applicable to undirected or negative modes of reasoning. However, unlike the positive that is more beneficial and health promoting, the negative perspective which is somewhat distorting in its influence has a devastating consequence on the human person. It affects understanding. It diminishes self-worth. It pushes people to do negative things. It prevents the person from seeing other options when faced with danger. And in some critical cases, it causes brain disruption. To avoid this, one has to adopt a direct, critical, and positive mode of thinking.

By means of direct and critical thinking, complemented with prayer, we can differentiate rush and puerile decisions that endanger our vocation from sensible ones which can fortify our commitment to our mission. We can avoid distractions of all shades and sizes, particularly racial favoritism which, when tacitly exhibited, can severely affect the unity of the entire family. We are able to discern values that are compatible to our calling as Paulines. We are able to find deeper meaning in life. We are able to make the most out of bad situations around us. We are able to detect when negative thoughts, usually expressed in words like “never”, “can’t”, and “no” begin to influence us and to arrest them before any damage could be done. We come to the knowledge of the import of inter-personal human relationship in realizing a common goal; the essence of love, respect and appreciation of each other in building a community of togetherness. But if we, instead, choose the negative, undirected, and irrational mode of thinking, we may lose the flavor of our community life through selfish or individualistic ways of living. With the “mind your own business” style of living, we may lose our identity as religious by not being true to the vows. We may become less configured to St Paul, our father and model, and become more worldly instead. We may wander far from our commitment to make Christ known. We may substitute virtues with vices — honesty with dishonesty, loyalty with disloyalty, trust with distrust. We may even may become suspicious of each other. Finally, we wither away and become lifeless.

Perusing the New Testament, especially the Pauline letters, it is apparent from the life of St Paul and his three missionary journeys that he had an objective for which he never caved in to any pressure. His thoughts were firm and lucid, thus it could be said that he had a goal-directed mode of thinking. Focused on proclaiming Christ to the gentiles, he considered other programs as “rubbish”. His dominating thought, which is abundantly proven in the scripture, was Christ and so unwavering was he in his conviction that nothing could deter him from executing his responsibilities to the gentiles. “Trials or anguish, persecution or hunger, lack of clothing, or dangers or sword” are but a few of his ugly experiences. The challenge for us, Paulines, therefore is to think for and with Christ. This implies exorcising ourselves from the modes of thinking that do not bring us to Christ and to the offering up of ourselves unconditionally as his messengers, as Paul has demonstrated in his life. This also entails discarding thought patterns that hamper the configuration of ourselves with Christ. May we resolve to allow the Holy Spirit to purify and sanctify our mind so that through our living, we may be Paul alive today. Amen

 

* Fr. Gerard Tanko is a Pauline priest from Nigeria.

L’articolo 5 delle Costituzioni e Direttorio della Società San Paolo rivela anzitutto, nella sua formulazione, la progressiva maturazione di un pensiero, che, a partire dalle istanze carismatico-fondazionali, inscrivibili nel genuino pensiero originario del Beato Alberione, hanno condotto ad una rinnovata consapevolezza attribuibile ad un vero e proprio “pensiero congregazionale condiviso”.

“Nel carisma fondazionale di D. Alberione, il sacerdozio è una componente irrinunciabile. Dai sacerdoti paolini «devono discendere il calore e la luce vitale» che rinvigoriscano la comunità, la congregazione e l’intera Famiglia paolina, ravvivandone gli ideali e stimolandone l’urgenza apostolica. Lo spazio tipico che nell’apostolato specifico occupa il sacerdote paolino, in virtù della sua ordinazione e associazione all’episcopato, è quello di essere l’esperto della parola di Dio, conferendo garanzia e ufficialità alla predicazione del messaggio salvifico. La presenza del discepolo paolino nell’organico della congregazione è strettamente complementare e coessenziale a quella del sacerdote. Il suo spazio tipico è quello di essere mediatore attivo della parola di Dio in ordine alla comunicazione sociale, «moltiplicando indefinitivamente» la predicazione. L’unione tra sacerdoti e discepoli, che si costituiscono a vicenda «paolini» e che comporta la corresponsabilità di tutto ciò che riguarda la vita di comunità e l’apostolato, è stata intesa dal Fondatore come una delle caratteristiche peculiari o «novità» della congregazione.” (Costituzioni e Direttorio Art. 5)

Lungi dal volere offrire una riflessione complessa e articolata sul contenuto di detto articolo (cosa che richiederebbe ben altri spazi e soprattutto ben altra disponibilità di tempo), vorrei invece provare a focalizzare l’attenzione di chi legge su alcuni termini che il nostro legislatore peculiare ha inteso inserire nel testo costituzionale e che si mostrano particolarmente rivelativi della natura dello stesso e soprattutto della finalità conoscitiva e normativa che esso intende conseguire in ordine, specialmente, alla presenza delle figure del Sacerdote e del Discepolo paolino.

I termini che prenderò in esame saranno anzitutto “complementari” e “coessenziali”, quindi il termine “costituirsi” e infine il termine “mediatore”.

Complementare e coessenziale esprimono, su piani diversi, una realtà comune, quella dell’unica vocazione paolina. La coessenzialità esprime la condivisione, tra Sacerdote e Discepolo paolino della essenza della propria vocazione, dell’essere entrambi membri della Società San Paolo e dunque compartecipi di un’appartenenza che ne determina l’essere. Sia il Sacerdote che il Discepolo paolino possono legittimamente dire: “io sono paolino” e questa affermazione ha in tutti e due i casi la medesima identità e dignità. La complementarità invece attiene non alla essenza ma alla funzione, alla operatività. Nella medesima vocazione il Sacerdote e il Discepolo paolino “fanno” ordinariamente cose diverse. La differenziazione nelle operazioni e nelle attività, tuttavia è sempre e costantemente tendente a garantire una unità integrata che esprime l’estroflessione dell’unica vocazione, unita a livello di essenza. Pertanto le azioni differenti non possono che essere complementari. Le une hanno sempre necessità di integrarsi con le altre. Questa integrazione necessaria, che ha dunque in sé un costante richiamo “essenziale” non può per la sua stessa natura esimersi dall’essere in qualche misura “costitutiva”. Ecco dunque perché il dettato delle nostre Costituzioni specifica che è proprio nel loro essere non soltanto operativamente complementari ma sostanzialmente coessenziali che i Sacerdoti e i Discepoli del Divin Maestro “si costituiscono” vicendevolmente paolini. Dunque solo la loro contemporanea presenza e azione garantisce la compiutezza del disegno costitutivo della Congregazione. In altri termini se non si registra simultaneamente la presenza dei Sacerdoti e dei Discepoli del D.M., “non si dà” la Società San Paolo, o in termini ancora più assoluti, la Società San Paolo “non è”. Se questo è detto a carattere generale lo è anche nella considerazione del singolo membro. Su questo punto basti ricordare cosa diceva lo stesso Beato Alberione laddove affermava che Sacerdote e Discepolo assieme uniti nelle edizioni meritano quindi il nome di Apostoli. Al contrario il Prete scrittore che fa l’apostolato paolino da solo, è un semplice scrittore; il Discepolo senza Sacerdote scrittore è semplice operaio.

Dunque un radicale punto di unione è l’apostolato, ossia l’apostolato è l’ambito nel quale si entra fenomenologicamente in contatto con l’unità essenziale e l’operatività complementare del Sacerdote e del Discepolo simultaneamente costituentisi “paolini”.

L’apostolato paolino è naturaliter apostolato di mediazione e tale mediazione, quando esprime come nucleo contenutistico principale (che corrisponde alla realtà effettiva da mediare) la Parola di Dio, si qualifica convenientemente come predicazione.

Essendo dunque la predicazione estroflessione diretta della mediazione, ossia di quell’apostolato nel quale sacerdote e discepolo paolino, nella propria complementarità operativa, sono stabiliti a livello di unità essenziale, essa non potrà che afferire ad entrambe le figure in maniera diretta. Di entrambe le figure ossia di ogni Sacerdote e Discepolo paolino si potrà legittimamente dire che è mediatore, ossia predicatore della Parola, ognuno nella peculiarità e specificità della sua concreta operatività.

 

* Guido Colombo, sacerdote paolino italiano

 

 

 

 

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