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Mar, Giu

GOVERNO GENERALE

Storia

Ho avuto la fortuna di essere presente ad una conferenza in cui un “guru” parlava di cibo o meglio, come precisava, della “tavola”. E all’intervento di un cardinale che parlava anche lui della “tavola”. Mi piacerebbe, perciò, condividere con voi alcune sottolineature che ho registrato dalle loro condivisioni.

In molte case, nelle comunità, nei ristoranti e nelle catene di fast-food il cibo non manca mai. Ciò che manca in questi posti sono le “tavole”. Ovviamente, si considera la tavola il posto dove si mette qualcosa da mangiare. Il cibo può essere dato per scontato, perché è una necessità biologica che condividiamo con il mondo animale. Ma la “tavola”, a cui vorrei fare riferimento qui, non dovrebbe mai essere qualcosa di scontato, specialmente nelle case. Il cibo che troviamo sulla “tavola” non è solo ciò che mangiamo ma proprio perché posto sulla tavola rinvia anche al come lo mangiamo insieme. Quando si mangia c’è una grande differenza tra il comportamento animale e quello umano, specialmente a tavola. Più che un oggetto, la “tavola” è l’ambiente, l’atmosfera, il luogo di accoglienza, dove si pone il cibo, dove le persone possono “condividere”, “dialogare”, “scambiare idee”, “ascoltare”, “relazionare”, “raccontare esperienze” che elevano lo spirito e dove “ci si sente veramente a casa”. In questo caso, quando il cibo è condiviso a “tavola”, acquista un valore più ampio, poiché può soddisfare non solo il corpo ma anche lo spirito. Quando la “tavola” è una realtà ben presente nella esperienza umana, il cibo non è solo mangiato, ma diventa condivisione, rafforzando le relazioni, promuovendo la comunicazione per giungere alla comunione, si trasforma nella grazia che conduce alla carità, la quale è fondamentalmente condivisione, gratuità, un dono che viene dall’alto. Questo, infatti, è il motivo perché a tavola rendiamo “grazie” prima e dopo i pasti.

La “tavola” è assente quando, per esempio, nonostante l’abbondanza del cibo, quelli che mangiano orientano tutta la loro attenzione verso la televisore presente nella sala da pranzo, o quando coloro che sono seduti a tavola non guardano il volto di coloro che sono difronte, ma sono perennemente incollati ai propri cellulari. Peggiore è la situazione nella quale uno vuol “parlare” alla persona che si trova dall’altro lato della tavola e le invia un sms o un’emoji (anche se, anche questi sono validi se sono usati correttamente). Il cibo, quindi, senza la “tavola” diventa disumanizzante. Osserviamo come vengono nutriti gli animali. Ad ognuno viene dato un posto e un recipiente in cui mangiare, altrimenti, se tutti mangiassero nello stesso piattino ci sarebbe una lotta continua per il cibo. Tra noi dovrebbe essere diverso: dovremmo sederci, dialogare e mangiare insieme!

Quando a “tavola” si condivide il cibo, questa si trasforma in una “cattedra” presso la quale si imparano gli elementi basilari della saggezza della vita, come la buona educazione, il vivere in armonia specialmente tra i membri della famiglia e altre persone (quando ci sono ospiti a tavola), approfondimento della religione, valorizzazione della cultura, ecc. Naturalmente, più la “tavola” è ampia per le dimensioni e per l’atmosfera, maggiore sarà la condivisione!

Ora siamo invitati a radunarci attorno alla più grande di tutte le Tavole: la Tavola del Preziosissimo Corpo e Sangue del Signore. La “tavola” dell’Ultima Cena diventa ora il “magistero” che comprende tutti gli altri insegnamenti. L’amore è una Persona spezzata e condivisa per la “vita del mondo” e perché “sia donata in abbondanza”. Il “magistero” dell’amore, il più grande comandamento, è stato appunto insegnato mentre Gesù e i suoi discepoli erano a tavola. L’amore è il segno con cui le persone ci riconosceranno come suoi discepoli: «Se vi amerete gli uni gli altri». Il Signore era a tavola quando ci ha dato la sua stessa persona, totalmente e interamente, nella sua umanità e divinità, condivisa tra “amici”, non tra “schiavi”, affinché la nostra “gioia sia piena”. Questa è la sua “offerta” amorevole per la vita di tutti: “prendete e mangiate”, “prendete e bevete”, cioè spezzate il “pane quotidiano”, così come preghiamo nel Padre nostro. L’amore genera condivisione e sostiene la comunione. Il “cibo degli angeli” diventa veramente fonte di vita, “vita piena”, “vita eterna”. Tutto ciò si avvera grazie alla Tavola dell’Eucaristia!

Vorrei che quando il cibo scarseggia, la “tavola” possa diventare più grande. Quando la “tavola” è vuota, prego affinché le persone di buona volontà vi mettano del cibo perché tutti possano vivere.

Si è da poco concluso a Roma il primo incontro del nuovo Consiglio del Centro Biblico San Paolo (17-19 giugno 2019) che ha ripercorso l’ultimo triennio e si è proposto di focalizzare il servizio alla Parola suggerito dall’oggi della storia, della Chiesa e della Famiglia Paolina.

Al di là delle iniziative specifiche, l’attenzione si è a lungo soffermata sui responsabili locali del Centro Biblico chiamati, in ogni Circoscrizione, ad accogliere il dono della Parola, a sperimentarne la forza, per poi animare con essa tutto il nostro apostolato. Qui sta il vero “snodo” del nostro servizio: lasciare che la Parola diventi protagonista, tessendo comunione tra noi e suscitando quella creatività apostolica che non ci vede annunciatori solitari del Vangelo, ma “comunità di apostoli” che, in diverse parti del mondo, nel cuore delle culture più variegate, vivono e testimoniano Colui che è Via, Verità e Vita.

Su questo sfondo, tre ci sembrano i passi vitali da affidare ai singoli responsabili locali.

  • Mettere la Parola al centro, lasciando che essa inneschi quella passione e quello slancio che trasuda da ogni scritto dell’apostolo Paolo. Nell’udienza dello scorso 29 maggio, Papa Francesco ha sottolineato che «la Parola di Dio corre, è dinamica, irriga ogni terreno su cui cade». Quando annunciamo il Vangelo, «la parola umana diventa efficace non grazie alla retorica, che è l’arte del bel parlare, ma grazie allo Spirito Santo, che è la dýnamisdi Dio, la dinamica di Dio, la sua forza, che ha il potere di purificare la parola, di renderla apportatrice di vita». Solo «quando lo Spirito visita la parola umana essa diventa dinamica, come “dinamite”, capace cioè di accendere i cuori e di far saltare schemi, resistenze e muri di divisione, aprendo vie nuove e dilatando i confini del popolo di Dio».
  • Condividere di più a partire dalla Parola: idee, iniziative, suggerimenti, pareri, proposte… tenendo presenti le cinque aree (editoriale, formativa, pastorale, spirituale ed ecclesiale) che siamo chiamati a coordinare, secondo il progetto congregazionale per l’animazione biblica di tutta la pastorale. Condividiamo troppo poco, e questo rischia non solo di impoverire il nostro servizio apostolico ma anche di isolarci gli uni gli altri, impedendo di arricchirci vicendevolmente e di respirare a pieni polmoni, in un orizzonte più ampio e luminoso rispetto a quello della sola nostra Circoscrizione.
  • Creare maggiori occasioni di incontro per stimolare e verificare il nostro servizio. A tale scopo abbiamo previsto per l’inizio del 2020 un secondo incontro internazionale di tutti i responsabili locali e presto ne comunicheremo la data e il luogo. Non solo. Abbiamo anche previsto un calendario orientativo di visita alle Circoscrizioni in modo da rendere più semplice e diretto quanto enunciato sopra: in ognuna di esse il coordinatore a livello internazionale sarà accompagnato da uno dei suoi tre consiglieri. Altre occasioni di scambio possono essere gli incontri dei gruppi linguistici o eventuali visite in Italia dove c’è la sede operativa del Centro Biblico internazionale.

Mentre raccomandiamo ai Direttori Generali, con i quali i responsabili locali collaborano strettamente, una particolare attenzione al Centro Biblico San Paolo, chiediamo a questi ultimi di ravvivare il proprio impegno, preparandosi a rispondere con slancio a quanto la Chiesa e la Famiglia Paolina ci chiederà. Ci attende un triennio intenso e ricco di opportunità. L’apostolo Paolo sia per noi tutti modello di zelo apostolico e di coinvolgimento appassionato… «perché la Parola del Signore corra e sia glorificata» (cf 2Tess 3,1).

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

 

Papa Francesco ricordava nel Messaggio per la 53a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che abbiamo celebrato domenica 2 giugno, che il web, tra i tanti suoi aspetti positivi, «si è anche rivelato come uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito».

Il dato è evidente, come mostrano la nostra esperienza personale sui social media e i più eclatanti fatti di cronaca, spesso legati al cyberbullismo, senza dimenticare i toni e le parole pesanti spesso usate nel dibattito politico (ma anche in quello sportivo, ecc.). Tutto questo è, purtroppo, solo la punta di un iceberg molto più consistente in termini numerici, che crea i presupposti di sofferenze, odi e partigianerie. Anche se tutto questo rimane nell’ombra, ciò non di meno è potenzialmente soggetto a esplodere successivamente in varie forme.

Tra le tante iniziative che si organizzano in Italia per favorire una cultura della tolleranza e del dialogo vogliamo segnalare in questa rubrica la pubblicazione della “Carta di Assisi”, presentata lo scorso 6 maggio a Roma. Si tratta di un  documento per l’uso corretto delle parole, scritto sotto forma di un decalogo di buone norme rivolte a tutti (non solo ai giornalisti, per i quali peraltro non sono nemmeno giuridicamente vincolanti), ma estremamente precise e puntuali, che vanno dal positivo “scriviamo degli altri quello che vorremmo fosse scritto di noi” all’impegno a rettificare cose sbagliate scritte in precedenza, dal “diamo voce ai più deboli” e “impariamo a dare i numeri giusti” al “le parole non sono pietre, usiamole per creare ponti”. Impegni semplici, chiari che costituiscono una «dichiarazione di fratellanza universale contro il muro dell’odio che chiama in causa tutti gli operatori di pace», come ha detto il Presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Giuseppe Giulietti. Parole che a noi cristiani ricordano una beatitudine, parte fondante di un’autentica vocazione cristiana.

Leggere e fare propri i principi scritti nella Carta di Assisi è per i Paolini, chiamati per vocazione a formare le coscienze sui fenomeni della comunicazione sociale – vero nuovo campo di missione per noi! –, estremamente utile. Fake news e parole d’odio, infatti, costituiscono gli ingredienti di quel clima culturale, che va sotto il nome di “post-verità”, in cui verità e menzogna si mescolano artificiosamente e diventano opinione con cui uccidere (verbalmente) il nemico.

La Carta di Assisi si ispira alla visione universale di pace, tolleranza e dialogo di san Francesco. Ma essa è anche, molto significativamente, il frutto della collaborazione di esponenti di diverse religioni (varie denominazioni del cristianesimo, islamismo ed ebraismo) e di molte persone di buona volontà, espressione della vita civile e dell’editoria e del giornalismo. Tra queste anche le nostre Edizioni San Paolo dell’Italia, che hanno collaborato a questo evento culturale con la pubblicazione del libro “La Carta di Assisi. Le parole non sono pietre”, la cui lettura è molto consigliata.

Una delle novità più rilevanti introdotte dal Concilio Ecumenico Vaticano II è stata l’aver portato nell’ecclesiologia la visione di “popolo di Dio”. Tale categoria, rimasta in letargo per molti anni, non ha portato nella Chiesa tutta la forza dirompente contenuta nella sua identità.

Merito di Papa Francesco è quello di aver fatto risorgere questa dimensione, ma soprattutto avergli dato sostanza e vitalità dentro una nuova visione di Chiesa, definita come Chiesa sinodale. La Chiesa sinodale proposta da Papa Francesco, infatti, è una Chiesa composta di “soggetti”, e, quindi, di “relazioni”, non di strutture. I soggetti sono: al primo posto i laici, quindi i pastori e il Vescovo di Roma. Guardare al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici” (Lettera di Papa Francesco al Cardinale Ouellet, 19 Marzo 2016).

L’aver messo al primo posto i laici già indica e apre una visione dal basso, teologicamente fondata sul battesimo e sul sacerdozio comune, che apre alla partecipazione attiva perché basata su una dignità comune. “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano per essenza e non tanto per grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo”. (LG 10)La totalità dei fedeli, avendo l'unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici» mostra l'universale suo consenso in cose di fede e di morale” (LG 12).

Dopo secoli in cui i laici erano posti in un ruolo di sottomissione passiva, il Concilio Vaticano II fonda la sua visione ecclesiologica sul fondamento della pari dignità di tutti i membri della Chiesa: “Anche se per volontà di Cristo alcuni sono costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori a vantaggio degli altri, fra tutti però vige vera uguaglianza quanto alla dignità e all’azione nell’edificare il corpo di Cristo, che è comune a tutti quanti i fedeli”. (LG 32) In linea con la teologia conciliare, Papa Francesco ne fa derivare un protagonismo dinamico e interattivo tra tutti i soggetti componenti la Chiesa nella visione di Chiesa come corpo di Cristo: soprattutto per­ché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade” (LG 31).

Il principio di pari dignità non elimina la diversità delle funzioni all’interno della Chiesa, ma queste si muovono nella logica della diversa partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo. Chi partecipa al “sacerdozio ministeriale” non sta “sopra gli altri” ma è chiamato ad “abbassarsi”, “per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino”.

Non dimentichiamolo mai! Per i discepoli di Gesù, ieri oggi e sempre, l'unica autorità è l'autorità del servizio, l'unico potere è il potere della croce, secondo le parole del Maestro: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27). Tra voi non sarà così: in quest'espressione raggiungiamo il cuore stesso del mistero della Chiesa – “tra voi non sarà così” – e riceviamo la luce necessaria per comprendere il servizio gerarchico” (Papa Francesco, 17 Ottobre 2015).

Cosa succederebbe se applicassimo questa dimensione ecclesiale di “popolo di Dio in cammino” alla nostra Congregazione, a noi Paolini. Ci sentiamo uniti come popolo che cammina insieme nella realizzazione della sua missione? A me pare che stia venendo meno quel collante che ci unisce e ci fa sentire “popolo congregato” (congregazione). Mi pare che la mancanza di tale dimensione sia alla base di tante nostre difficoltà e incomprensioni e va assolutamente ricostruita se vogliamo guardare con speranza il nostro futuro, ma, soprattutto, se vogliamo rispondere oggi alle sfide che la nostra missione ci pone davanti. Non possiamo andare avanti ognuno per conto suo in modo disarticolato. Non è questa la scelta che abbiamo fatto nella nostra professione: “A questa società mi offro con tutto il cuore, affinché, con la grazia dello Spirito Santo, e per l’intercessione della beata Maria, Regina degli Apostoli e di san Paolo apostolo, io possa conseguire la perfetta carità nel servizio di Dio e della Chiesa” (Costituzioni, art. 123).

Ciò non vuol dire massificazione o uniformità. Vuol dire, invece, mettere insieme le nostre diversità, intese come talenti, per arrivare ad un consenso il più ampio possibile, tenendo ben conto del “bene possibile”.

Per ricostruirci nella nostra identità di “popolo congregato” (congregazione) non servono le dinamiche di gruppo aggregative né possiamo confidare nelle strutture, nei grandi progetti apostolici, nelle grandi assisi capitolari e demandare loro questo compito. La costruzione della nostra identità come popolo è un cammino di conversione, di ritorno alle nostre radici, alla fonte viva da cui scaturiscono i fondamenti condivisi e le motivazioni vere del nostro essere paolini oggi.

E i fondamenti perché la nostra congregazione si ricostruisca come “popolo di Dio in cammino” non ce li dobbiamo inventare o creare in modo artificioso. Ci vengono consegnati e offerti dalla Chiesa, madre e maestra, e sono quelli riportati nella prima parte di questo scritto:

  • Tutti abbiamo lo stesso Spirito che ci abilita e ci unisce al sacerdozio di Cristo;
  • Perché dotati dello stesso Spirito, siamo abilitati ad essere “profeti”, dare il nostro contributo, partecipare attivamente alla costruzione del corpo di Cristo che è la Chiesa;
  • Tutti godiamo di pari dignità nella Chiesa, ci differenzia solo il servizio;
  • Siamo popolo di Dio perché tutti abitati dallo stesso Spirito che ci fa gridare insieme “Abbà/Padre”, ci fa riconoscere come fratelli, ci costruisce come corpo di Cristo nella Chiesa;
  • Ci riconosciamo come popolo di Dio perché col battesimo (e la professione religiosa) facciamo parte dello stesso corpo che è la Chiesa.

Condizione indispensabile per iniziare questo cammino è credere ed essere convinti che la dimensione di noi paolini come popolo congregato non è una realtà virtuale ma una realtà vera e reale “più intima a me di me stesso” (Sant’Agostino, Confessioni, III, 6, 11), che richiede una buona dose di fede in Colui che è fedele alla sua parola data e che la sua parola realizza e crea quanto dice: “… così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Isaia 55). Una fede incarnata che diventa motore del nostro modo di pensare, valutare, scegliere.

Questo è il primo passo per avviare la ricostruzione del tessuto della nostra congregazione come popolo unito nel camminare insieme. Per i passi successivi rimandiamo alle prossime puntate.

 

*Don Vito Fracchiolla, Vicario generale della Società San Paolo.

La vocazione è sempre una provocazione. Più precisamente, è la risposta a una provocazione, a un incontro che trasforma, che stuzzica il nostro sé interiore, che ci rende irrequieti. Ecco perché l'Anno vocazionale della Famiglia Paolina emerge come un tentativo di “provocare” e così promuovere qualche cambiamento. Non è solo un tempo per “presentare” la vocazione paolina ai giovani in discernimento, ma soprattutto un’opportunità per “provocare” i membri della Famiglia Paolina di tutto il mondo a “ravvivare il dono di Dio” che hanno ricevuto quando sono stati chiamati e consacrati. Non tanto un momento per presentare la nostra vita, missione e identità, bensì perché ogni Paolino e Paolina ricordi e riaffermi il significato di “impaolinarsi”, “paolinità”, “avere un colore paolino” e quindi riscoprire il significato del “tutto faccio per il Vangelo” (1Cor 9,23).

La questione vocazionale è una realtà complessa e vive tempi diversi a seconda del Paese e realtà. Mentre l’Europa soffre per la secolarizzazione e la mancanza di vocazioni, molti Paesi africani e asiatici devono limitare l'ingresso dei giovani. Mentre le nostre Circoscrizioni settentrionali invecchiano e si demotivano, altre sgorgano giovinezza e creatività. Mentre alcuni Paesi sono contrassegnati dal clericalismo, altri manifestano un grande profetismo. Ecco perché possiamo dire che oggi non c’è una crisi delle vocazioni, ma forse c’è una crisi della vita religiosa e dell'identità paolina. Ecco l’importanza di questo Anno vocazionale, strettamente legato al recente Sinodo dei Vescovi su “i Giovani, la fede e il discernimento vocazionale” e l’esortazione apostolica Christus vivit, che cercano di “ringiovanire” la Chiesa, per sottolineare la sua dimensione giovanile, sempre attiva, creativa, rivoluzionaria, utopistica, in discernimento e pronta alla cooperazione.

L’Anno vocazionale della Famiglia Paolina emerge così come un’opportunità per ripensare il modo “paolino” di essere Chiesa e consacrati. Un’opportunità per riscoprire e valorizzare il nostro essere Famiglia, grande ricchezza che ci ha lasciato il Beato Alberione e che spesso non si riflette nelle nostre comunità e nei processi formativi. Un’opportunità per riscoprire la bellezza della vita consacrata paolina, del nostro carisma sempre giovane, sempre attuale e sempre più necessario. Un’opportunità per testimoniare la gioia di essere apostoli consacrati per evangelizzare nella e con la comunicazione. Per essere veri “editori”, secondo l'etimologia di questa parola che deriva dal latino edit, e indica colui che “dà alla luce”, che “dà al mondo” Gesù, come Maria e Paolo.

È un’opportunità per migliorare il nostro dialogo intergenerazionale: gli adulti lasciandosi contagiare dalla vivacità e dagli ideali dei giovani; i giovani lasciandosi penetrare dall’esperienza e dalle testimonianze degli adulti e anziani. Questo vero esercizio di ascolto e di comunicazione rende tutti più aperti e disponibili ad accogliere e dialogare con l’altro, il diverso, lo straniero, “provocando” un cambiamento del modo di vivere e riaccendendo la fiamma paolina che da più di un secolo attira e ispira i giovani di tutto il mondo.

 

* Darlei Zanon, discepolo paolino, è Consigliere generale.

 

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