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Dom, Gen

L'anno 2019 sta volgendo al termine e con esso il 100° anniversario del Patto o Segreto di riuscita. Abbiamo parlato molto del Patto quest'anno, abbiamo organizzato vari incontri per approfondire il suo contenuto e ricordare la sua importanza per la nostra vita paolina. Ora il Patto ‘ritorna al suo posto’ (che non ha mai lasciato), ritorna al centro del nostro cuore come caratteristica della relazione che ci unisce al Divin Maestro. Il giubileo sta finendo, ma il Patto rimane ancora valido e importante per noi, il che significa che continuamente deve diventare vita. Vorrei condividere con voi una riflessione che è nata durante un mio ritiro spirituale.

Il Patto non funziona in modo indipendente dalle circostanze della vita. Al contrario, modella la realtà dando una caratteristica specifica al nostro rapporto con Dio e plasmando la pratica della vita. Cosa determina di più la nostra vita paolina? La risposta a questa domanda ci porta alla regola dell'unità e dell'identità: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15, 4; 17, 21.26) che possiamo riesprimere con le parole di San Paolo: «Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Il Patto è saldamente inscritto in questa regola, ci aiuta a partecipare attivamente alla costruzione e realizzazione della nostra comunione con il Divin Maestro.

Il Patto è nato dall'esperienza di vita del Beato Giacomo Alberione, cioè dall'amore misericordioso di Dio e dalla miseria umana. Il primo elemento innesca in noi la necessità di lodare Dio e ci dà motivo di fiducia illimitata, il secondo richiede l'espiazione e ci parla dell'umiltà necessaria per la salvezza. Il Fondatore ci ha donato questa personale esperienza come un dinamismo basato sulla complementarità: la potenza di Dio si rivela nella debolezza umana, la debolezza dell'uomo fa appello all'onnipotenza di Dio.

La debolezza umana diventa non solo una circostanza ma anche una condizione in questa alleanza. La nostra fiducia in Dio è alimentata dalla fede nella Sua onnipotenza, ma anche dalla consapevolezza della nostra insufficienza. E l'umiltà è possibile senza l'esperienza della nostra miseria? L'umiltà può nascere dalla fiducia nelle proprie capacità e dalla convinzione della propria forza? Sembra di no. Abbiamo bisogno di debolezza, ignoranza, insufficienza, incapacità... perché alimentano in noi la consapevolezza che non possiamo fare nulla da soli, che il sostegno di Dio è assolutamente necessario per noi.

Dal punto di vista di Dio, se tale visione è possibile per l'uomo, l'alleanza che ci collega a Dio ha sempre bisogno della nostra piccolezza, crea lo spazio per la rivelazione della potenza di Dio, "garantisce" che tutto sia opera di Dio e invita l’uomo alla cooperazione. L'orgoglio umano e l'autosufficienza privano Dio del diritto di essere l'unica fonte e l’unico autore del bene e della salvezza.

Dio desidera e cerca in noi questo spazio di umiltà che nasce dall'esperienza e dalla consapevolezza della nostra insufficienza. Questa è l'arena in cui realizza le sue meravigliose opere. Dobbiamo essere deboli in modo che le nostre vite diventino un luogo di rivelazione di Dio creatore e salvatore. Dobbiamo affrontare sfide che superano le nostre capacità perché ci stimolano a dare umilmente la priorità a Dio. Debolezza, ignoranza, insufficienza, incapacità, peccaminosità... non devono essere solo accettate con difficoltà, come se fossero una malattia della natura umana. Nella logica del Patto hanno il loro valore perché creano uno spazio per la rivelazione di Gesù Via, Verità e Vita, colui che è la Risurrezione e il nostro unico e sommo Bene.

E per concludere... Ciò che ho scritto non va inteso come un elogio della debolezza e una giustificazione della passività e del disimpegno, un invito ad acconsentire al peccato, ma come un incoraggiamento a offrire la nostra piccolezza a Dio per rivelarsi come presente, santo e forte.

 

Don Bogusław Zeman, SSP