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Sab, Feb

In Dialogo

Nel presentare il tema editoriale per l’anno 2020 della “gioventù”, il Superiore generale, don Valdir José De Castro, ci invita a dare importanza ai giovani. La seconda area di impegno è infatti indirizzata «a tutti coloro che lavorano con i giovani o li accompagnano nel loro processo di formazione, di maturazione e di discernimento vocazionale».

Ci poniamo, quindi, alcune domande: «Dove sono andati tutti i giovani?»; «“Vengono e vedono” ancora nelle nostre comunità?»; «Se “vengono e vedono”, rimangono?».

“Vengono e vedono” ancora le vocazioni nella Congregazione, dentro la nostra realtà paolina in tutto il mondo. Le statistiche sull’ingresso (oltre che sull’uscita) delle vocazioni nelle nostre comunità provengono dal risultato del questionario utilizzato durante il 2o Seminario internazionale sulla Formazione paolina per la Missione (4-8 novembre 2019). Se nella “travagliata Europa” le vocazioni sono scarse, dobbiamo dire che ne fioriscono ancora nella “grande Africa”, nell’“immensa Asia” e in America Latina. Indipendentemente dal numero e dalla provenienza delle vocazioni, la Società San Paolo è universale. La Congregazione è un corpo mistico. Noi tutti condividiamo lo stesso Pane e lo stesso Calice, gioie e dolori, partecipiamo alla stessa missione ovunque ci troviamo. Il successo o il fallimento in una parte è condiviso da tutti, ovunque, senza perdere la speranza.

In considerazione del ruolo cruciale dei formatori nella formazione dei giovani, il questionario ha anche chiesto le aspettative e i motivi per cui i giovani volevano “unirsi alla Congregazione”. Le prime tre risposte sono ricorrenti in tutti e cinque i continenti in cui siamo presenti. Il primo insieme di risposte è “evangelizzare con i media nuovi o moderni”, il secondo è l’attrazione delcarisma, vita religiosa, spiritualità della Congregazione”, e il terzo è sperimentare “una vita di armonia, fraternità, comunità, vita felice”.

Dopo che hanno “visto” ciò che c’è dentro, è stato chiesto che “cosa non hai ricevuto secondo le tue aspettative riguardo alla formazione integrale?”. Ecco due insiemi di risposte: la formazione paolina integrale per la missione secondo “i segni dei tempi”, “utilizzando più strumenti mediatici durante la formazione”, con “le risorse moderne necessarie per svolgere meglio la missione” e con “approccio pastorale”; vita comunitaria priva di “disciplina nella vita e preghiera comune”, “mancanza di fraternità” e “carenza di testimonianza da parte dei membri”.

Ciò che i giovani non hanno ricevuto dopo essere “venuti” è associato alle motivazioni per cui sono usciti dopo aver “visto”: “formazione inadeguata per la missione” (“itinerario poco chiaro”, “senza coinvolgimento nell’apostolato”, “vecchio paradigma,” “non essere valutati come persone”, “talenti personali non sviluppati per la missione”); “mancanza di vita fraterna” (“assenza di sostegno fraterno”, “individualismo”, “carenza di testimonianza da parte degli altri membri”). A proposito, i motivi precedenti per cui i giovani hanno lasciato la Congregazione sono stati preceduti dalla motivazione della “mancanza di autentica vocazione paolina”.  

La formazione integrale è solo una delle chiavi per aiutare i giovani «nel loro processo di formazione, di maturazione e di discernimento vocazionale». Mentre dobbiamo riconoscere la responsabilità personale nel rispondere alla chiamata e nel coltivarla fino a fruttificare il “dono ricevuto”, l’impegno maggiore grava su «tutti coloro che lavorano con i giovani o li accompagnano». Il nostro padre San Paolo scrive che mentre i figli devono «obbedire ai genitori in tutto, i padri», prima di tutto, «non devono esasperare i loro figli, perché non si scoraggino» (Col 3,20-21; Ef 6,4).

Nella sua esperienza mistica, il Signore stesso assicurò il nostro beato Fondatore: «Le vocazioni vengono solo da me, non da te: questo è il segno esterno che sono con la Famiglia Paolina» (AD, 113). Poiché la missione paolina è attuale per la gente di oggi e in armonia con i segni dei tempi, le vocazioni non dovrebbero mancare. Papa Francesco afferma che la mancanza di vocazioni in molti luoghi «è dovuta all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine». E aggiunge: «È la vita fraterna e fervorosa della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione». Nello stesso tempo il Papa ci mette in guardia con questa precauzione che dobbiamo applicare vigorosamente durante la fase di proposta vocazionale: «nonostante la scarsità di vocazioni, oggi abbiamo una più chiara coscienza della necessità di una migliore selezione dei candidati al sacerdozio. Non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione, tanto meno se queste sono legate ad insicurezza affettiva, a ricerca di forme di potere, gloria umana o benessere economico» (EG, 107). Pertanto, privilegiamo la qualità e non la quantità!

La proposta vocazionale è opera di tutti, in particolare la “proposta” della propria consacrazione e missione specifica come stile di vita, ovvero la testimonianza della vita paolina! La comunità, quindi, è il vero vivaio delle vocazioni. I giovani ben motivati, insieme ai formatori adeguatamente formati, in una comunità fraterna che corre in sinergia sulle quattro ruote sono gli ingredienti necessari per le vocazioni, una vocazione chiara, dedita a «fare tutto per il Vangelo». Cominciamo con noi stessi, vivendo ciò che il nostro Padre e Protettore ci chiede: «Trasformatevi rinnovando la vostra mente» (Rm 12,2).

La messe è abbondante. Il Signore continua a mandare buoni operai nella sua messe. Ad ognuno, candidati e membri, viene chiesto di considerare ciò che il Primo Maestro stesso ci ha esortato a fare: «Le vocazioni bisogna coltivarle perché, quando Dio dà la vocazione a un’anima, vuole anche che coloro che sono attorno e che conoscono quell’anima, conoscono quella persona, l’aiutino a seguire la vocazione di Dio» (AP 1959, p. 153).

 

Assisi, la città di san Francesco, si prepara ad accogliere dal 26 al 28 marzo 2020 oltre 2000 giovani economisti e imprenditori di tutto il mondo sotto i 35 anni per partecipare a “Economy of Francesco”. Si tratta di un  evento voluto proprio dal Papa che porta il nome del Poverello di Assisi, che ha avuto subito una grande ed entusiasta risposta: sono, infatti, più di 3300 le richieste giunte da oltre 115 paesi.

Si può dire che l’evento di Assisi si pone come il terzo sigillo di questo pontificato. Dopo quello della pace (quando fermò la guerra in Siria) e quello dell’ambiente (con la firma dell’Enciclica Laudato Sì), ora il focus si sposta sull’economia, con l’obiettivo di un mondo più giusto e solidale. È probabile che anche questa terza tappa alimenterà qualche attacco contro il Papa, perché andrà a toccare un tema molto sensibile. Ma non sarà certo questo a fargli paura e farlo desistere.

I partecipanti e i principali protagonisti di Economy of Francesco sono giovani ricercatori, studenti, dottorandi di ricerca, imprenditori e dirigenti d’azienda, innovatori sociali, promotori di attività e organizzazioni locali ed internazionali. Si occupano a vario titolo di ambiente, povertà, diseguaglianze, nuove tecnologie, sviluppo sostenibile. Si interessano, in fin dei conti, dell’uomo. Diranno la loro idea sul mondo, perché, loro che sono giovani, lo stanno già cambiando sul fronte dell’ecologia, dell’economia, dello sviluppo, della povertà.

Lo svolgimento dell’evento ha una chiara correlazione con la vicenda di vita di san Francesco, con le sue scelte concrete, che anche oggi sono di grande attualità e hanno un valore indelebile per l’economia. Fu lui a scegliere nel suo tempo tra una economia dell’egoismo e un’economia del dono. Il suo essersi spogliato davanti agli occhi del padre e del vescovo di Assisi lo rende un’icona ispiratrice per l’evento di marzo ed è il motivo per cui il Papa lo ha voluto ad Assisi. La città del “Santo Poverello” è la sede naturale per ispirare un evento che si prefigge di stringere un patto tra giovani economisti e imprenditori per dare un’anima all’economia di domani, che si basi sulla fraternità e sull’equità.

Il messaggio di Papa Francesco del 1° maggio 2019 ha a che fare con la “casa comune da riparare”. Così scrive: «Quella casa da riparare ci riguarda tutti. Riguarda la Chiesa, la società, il cuore di ciascuno di noi. Riguarda sempre di più anche l’ambiente che ha urgente bisogno di una economia sana e di uno sviluppo sostenibile che ne guarisca le ferite e ne assicuri un futuro degno. Di fronte a questa urgenza, tutti, proprio tutti, siamo chiamati a rivedere i nostri schemi mentali e morali, perché siano più conformi ai comandamenti di Dio e alle esigenze del bene comune».

La sfida è enorme, perché non si vincerà soltanto grazie a competenza, genialità o per imitazione di qualcuno, fosse anche san Francesco. Solo l’ascolto dei desideri più profondi del cuore e la capacità di decidersi per le cose che veramente contano nella vita – che, paradossalmente, non sono i soldi – apriranno la via a una nuova economia.

Anche noi Paolini, che sappiamo bene quanto il fattore economico sia strategico per il nostro apostolato, guardiamo a questo evento con occhi pieni di attesa e curiosità. Perché la “Economia di Francesco” ispiri nella Chiesa anche le nostre scelte concrete di ogni giorno. Quelle individuali e quelle comunitarie.

Penso che la priorità nella Congregazione in questo momento sia il recupero della spiritualità. Parlando di “spiritualità” non mi riferisco alla dimensione spirituale della vita, in contrapposizione alla materialità, ma piuttosto a quel colore, quello stile, quel modo di essere, nel nostro caso il modo “paolino”, che dovrebbe impregnare tutte le dimensioni della vita, dalle più materiali alle più spirituali. 

In ultimo termine potrebbe identificarsi con l’ideale proposto dal Fondatore ai primi: “Il desiderio di santità, di una altissima santità, per questo apostolato particolarmente difficile, ma assolutamente necessario alla santa Chiesa nei tempi moderni, dominava i pensieri di tutto il gruppo. Si viveva quasi librati in alto, in un’atmosfera di soprannaturale” (Un uomo, un’idea… p. 289). Ingenuamente negli anni successivi si è andato trascurando questo presupposto, puntando soprattutto alle opere, e pian piano queste si sono svuotate di energia salvifica, diventando opere, magari importanti, ma troppo umane.

Al di fuori di questa atmosfera ci può essere persino una preghiera senza spiritualità… A volte si sente parlare di preghiera “disincarnata”: vuol dire preghiera senza spiritualità apostolica.

Ci può essere uno studio, anche intenso e curato, ma che senza spiritualità diventa almeno inutile: “Vi sono quelli che, in questi studi, mirano piuttosto ad appagare la curiosità e la superbia, anziché a purificare il cuore ed a praticare la mortificazione e costruire l’edificio spirituale. L’orgoglio della mente è il più pericoloso e più difficile a guarire” (San Paolo 1955, p. 5).

Come ci può essere anche una povertà (donazione di sé stesso con la professione dei voti, vissuti in comunità) che senza spiritualità può divenire un semplice “modus vivendi” comodo e disimpegnato, all’ombra degli sforzi degli altri.

L’apostolato stesso, senza spiritualità, finisce con l’essere un lavoro magari molto importante, ben fatto, ben organizzato, che produce opere molto valide, ma per niente significative dal punto di vista apostolico. “Può capitare che, scemati i primi entusiasmi dell’apostolato, se non si è sostenute dall’ideale che ha il suo fulcro nella spiritualità paolina, ci si smarrisce lungo la via, ci si adagia e, senza forse avvedercene, si torna indietro” (San Paolo 1955, p. 5).

La spiritualità è l’anima di tutto. È la ragione ultima, il senso profondo, il motore dell’entusiasmo, la fonte della vitalità di tutte le dimensioni dell’esistenza. Senza spiritualità, andremmo sempre in discesa, vivendo dalle rendite dei nostri antenati, cercando di sopravvivere nelle attuali difficili circostanze, cercando di mettere toppe alle nuove sfide, ma senza trovare le vere risposte che le nuove realtà esigono e che noi, figli di Don Alberione, dovremmo dare.

 

Il 24 gennaio, memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, è stato pubblicato, come avviene di consueto, il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni, quest’anno da celebrare il 24 maggio con il tema: “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2). La vita si fa storia.

Già da una prima lettura del messaggio emerge fortemente l’idea che ormai il Papa da tempo ribadisce continuamente, e cioè che abbiamo bisogno di una comunicazione diversa: più umana e meno strumentale, più relazionale e meno funzionale, costruita da soggetti e non oggetti, marcata da sostantivi e non solo aggettivi. Infine, abbiamo bisogno di una comunicazione non manipolativa ma narrativa, “che ci parli di noi e del bello che ci abita… che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri”.

Il messaggio mette al centro la parola che racconta la vita, che dà vita (edit). La parola che ci nutre, ci arricchisce, ci definisce, ci trasforma, ci costruisce nell’eterno divenire. La parola che ci libera e non quella che ci imprigiona o manipola. La parola che edifica e non quella che, come fanno invece le chiacchere, divide e distrugge. Le parole vere e non quelle buttate qua e là per generare confusione. Le parole che ci portano ad “accogliere e creare racconti belli, veri e buoni”.

La fonte di queste parole si scrive con la maiuscola: la Parola, che ci rivela un Dio creatore, che mentre parla genera vita, mentre “pronuncia la sua Parola le cose esistono”. Creato a sua immagine e somiglianza, l’essere umano non può fare altro che usare le parole per narrare la bellezza della vita, per tessere dei buoni rapporti, per creare ponti e reti, per incarnare nella propria vita la Parola fino al punto di dire “non sono io che vivo, è Cristo (il logos, la Parola) che vive in me” (Gal 2,20).

Le parole (e la Parola) sulle quali edifichiamo la nostra vita quotidiana sono determinanti nella scrittura della nostra storia e delle nostre relazioni. Se la nostra narrativa è edificante, saremo edificati. Ma se le nostre parole sono ostili, pessimiste, distruttive… possiamo facilmente immaginare dove arriveremo. In questo senso Il Papa ci esorta una volta di più a lasciarci “contaminare” dalla buona parola, a narrarci con gioia, a nutrire le buone memorie che ci avvicinano al Vero e al Bello, ad aprire il nostro cuore perché lo Spirito possa scrivere lì parole nuove. Solo così possiamo diventare testimoni autentici e credibili della gioia e bellezza del Vangelo. Solo così il Paolino può essere vero apostolo-editore, capace di narrare a tutti “la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme”.

 

* Darlei Zanon, discepolo paolino brasiliano, è Consigliere generale.

L'anno 2019 sta volgendo al termine e con esso il 100° anniversario del Patto o Segreto di riuscita. Abbiamo parlato molto del Patto quest'anno, abbiamo organizzato vari incontri per approfondire il suo contenuto e ricordare la sua importanza per la nostra vita paolina. Ora il Patto ‘ritorna al suo posto’ (che non ha mai lasciato), ritorna al centro del nostro cuore come caratteristica della relazione che ci unisce al Divin Maestro. Il giubileo sta finendo, ma il Patto rimane ancora valido e importante per noi, il che significa che continuamente deve diventare vita. Vorrei condividere con voi una riflessione che è nata durante un mio ritiro spirituale.

Il Patto non funziona in modo indipendente dalle circostanze della vita. Al contrario, modella la realtà dando una caratteristica specifica al nostro rapporto con Dio e plasmando la pratica della vita. Cosa determina di più la nostra vita paolina? La risposta a questa domanda ci porta alla regola dell'unità e dell'identità: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15, 4; 17, 21.26) che possiamo riesprimere con le parole di San Paolo: «Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Il Patto è saldamente inscritto in questa regola, ci aiuta a partecipare attivamente alla costruzione e realizzazione della nostra comunione con il Divin Maestro.

Il Patto è nato dall'esperienza di vita del Beato Giacomo Alberione, cioè dall'amore misericordioso di Dio e dalla miseria umana. Il primo elemento innesca in noi la necessità di lodare Dio e ci dà motivo di fiducia illimitata, il secondo richiede l'espiazione e ci parla dell'umiltà necessaria per la salvezza. Il Fondatore ci ha donato questa personale esperienza come un dinamismo basato sulla complementarità: la potenza di Dio si rivela nella debolezza umana, la debolezza dell'uomo fa appello all'onnipotenza di Dio.

La debolezza umana diventa non solo una circostanza ma anche una condizione in questa alleanza. La nostra fiducia in Dio è alimentata dalla fede nella Sua onnipotenza, ma anche dalla consapevolezza della nostra insufficienza. E l'umiltà è possibile senza l'esperienza della nostra miseria? L'umiltà può nascere dalla fiducia nelle proprie capacità e dalla convinzione della propria forza? Sembra di no. Abbiamo bisogno di debolezza, ignoranza, insufficienza, incapacità... perché alimentano in noi la consapevolezza che non possiamo fare nulla da soli, che il sostegno di Dio è assolutamente necessario per noi.

Dal punto di vista di Dio, se tale visione è possibile per l'uomo, l'alleanza che ci collega a Dio ha sempre bisogno della nostra piccolezza, crea lo spazio per la rivelazione della potenza di Dio, "garantisce" che tutto sia opera di Dio e invita l’uomo alla cooperazione. L'orgoglio umano e l'autosufficienza privano Dio del diritto di essere l'unica fonte e l’unico autore del bene e della salvezza.

Dio desidera e cerca in noi questo spazio di umiltà che nasce dall'esperienza e dalla consapevolezza della nostra insufficienza. Questa è l'arena in cui realizza le sue meravigliose opere. Dobbiamo essere deboli in modo che le nostre vite diventino un luogo di rivelazione di Dio creatore e salvatore. Dobbiamo affrontare sfide che superano le nostre capacità perché ci stimolano a dare umilmente la priorità a Dio. Debolezza, ignoranza, insufficienza, incapacità, peccaminosità... non devono essere solo accettate con difficoltà, come se fossero una malattia della natura umana. Nella logica del Patto hanno il loro valore perché creano uno spazio per la rivelazione di Gesù Via, Verità e Vita, colui che è la Risurrezione e il nostro unico e sommo Bene.

E per concludere... Ciò che ho scritto non va inteso come un elogio della debolezza e una giustificazione della passività e del disimpegno, un invito ad acconsentire al peccato, ma come un incoraggiamento a offrire la nostra piccolezza a Dio per rivelarsi come presente, santo e forte.

 

Don Bogusław Zeman, SSP

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