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Lun, Mar

GOVERNO GENERALE

Storia

O mundo inteiro parou. As portas do templo foram fechadas e os bancos das igrejas ficaram vazios. Os bailes, as festas e os encontros amigáveis tiveram de esperar. Em um piscar de olhos, os hospitais ficaram cheios, as ruas desertas e silenciosas. Incerteza. Dor. Isolamento.

Onde está a juventude e todo o povo de Deus? Onde estão os intelectuais com suas cátedras e os pregadores com seus púlpitos irrenunciáveis? Cadê a multidão dos líderes apressados, competitivos e insubstituíveis?

As mídias sociais tornaram-se a “casa comum” para a humanidade carente de toque e proximidade. Todos estão à espera de consolo, de uma palavra amiga que os liberte do medo e da insegurança.

Nesse tempo difícil, nós, apóstolos comunicadores, temos uma palavra de esperança e compaixão para o mundo?  Conseguimos imprimir a “cor paulina” em nossa maneira de estar nas redes? Ou será que, também nós, nos rendemos ao desespero e à paranoia das fake news?

Nesse contexto, vale a pena recordar as sábias palavras do Papa Francisco, em sua mensagem para o XLVIII dia mundial das comunicações sociais de 2014: “neste mundo, os mass-media podem ajudar a sentir-nos mais próximo uns dos outros; a fazer-nos perceber um renovado sentido de unidade da família humana, que impele à solidariedade e a um compromisso sério para uma vida mais digna. Uma boa comunicação ajuda-nos a estar mais perto e a conhecer-nos melhor entre nós, a ser mais unidos... A rede digital pode ser um lugar rico de humanidade: não uma rede de fios, mas de pessoas humanas”.

O Facebook, o Instagram, o WhatsApp... estão povoados de periferias existenciais. Basta um olhar desacelerado para perceber, dentro e fora das redes, uma multidão angustiada e ferida à espera de afeto, ternura e compaixão. “Quando souberes chorar”, diz o Papa Francisco na Christus Vivit, “então serás capaz de fazer algo, do fundo do coração, pelos outros”.

Enquanto “artesãos de comunhão”, o que temos de belo e de profundo para oferecer aos sofredores do nosso tempo?

 

* Francisco Galvão é junior paulino do Brasil

In questi giorni di emergenza sanitaria e di crisi mondiale ognuno di noi ha fatto i conti con un cambio radicale delle proprie abitudini.  Siamo stati catapultati in una realtà che sembra essere surreale, in cui i nostri ritmi non sono scanditi dalle agende ma dalla connessione internet. Sì, dalla connessione!

È evidente che in questa particolare situazione di emergenza, internet ha un ruolo di primaria importanza e risulta essere un mezzo fondamentale per comunicare e continuare, quanto più è possibile, a svolgere le attività ordinarie. Pertanto, milioni di italiani (e non solo) si sono ritrovati a ripensare il proprio rapporto con i media digitali, basti pensare allo smart working, alla didattica on-line, alla trasmissione di eventi in streaming e alla creazione di tutte quelle nuove forme di partecipazione e prossimità poco valorizzate in passato ma che in questo momento permettono di esprimere la propria individualità.

Questo periodo così delicato dell'#iorestoacasa sta facendo emergere, in termini di servizi e soluzioni, ciò che è veramente necessario nell’ambito del settore digitale; ne fornisce un valido esempio la crescente domanda da parte delle aziende di gestire in digitale un numero sempre più elevato di attività, operazioni ed eventi. Non si tratta esclusivamente di regalare il pdf di qualche testo da leggere per attenuare la noia; difatti, questa situazione può permetterci di capire maggiormente il nostro network, i nostri follower, nella consapevolezza che gli algoritmi dei motori di ricerca e dei social network sono progettati per gratificarci, dare conferme e mostrarci notizie e amici selezionati in base alle nostre preferenze, nascondendo ciò che probabilmente si allontana dai nostri interessi. Pertanto, l'opportunità di questo tempo è riscoprire la meraviglia, lo stupore e l'inaspettato per poter uscire dalla personale comfort zone.

Si può ancora considerare il digitale solo come entertainment o limitarsi a una critica generale dei social media? La pandemia mette in evidenza come internet costituisca ormai una parte integrante dell'economia reale e che conserverà tale importanza anche dopo la presente emergenza. Alla luce di tali valutazioni, l'apertura alla modalità digitale in tempi non sospetti rappresenterebbe senz’altro un'importantissima e bella opportunità. Il campo dell’e-commerce è ancora da esplorare e si pensi anche al sanpaolostore.it che rilancia la consegna gratuita in tutta Italia, per dire: noi Paolini siamo accanto a te, ci siamo e ci prendiamo cura di te.

In un nuovo futuro di “normalità”, che si spera essere prossimo, cosa cambierà? Riusciremo a far tesoro dell'esperienza maturata in questi giorni relativamente al mondo digitale?

Tutte le nostre attività lavorative abituali stanno subendo una ricodifica digitale permettendoci di scoprire nuove modalità di partecipazione. Ne fanno da testimonianza i tanti sacerdoti che con brevi video sono vicini al popolo di Dio proponendo meditazioni, messaggi, rosari e altre iniziative fino alla Celebrazione Eucaristica dalla propria Chiesa o cappella. Queste sono dinamiche e pratiche che bisognerebbe supportare progressivamente anche dopo l’emergenza per creare un vero luogo di vicinanza e prossimità.
Al tempo stesso l’analfabetismo digitale è un fatto e la soluzione non è più tecnologia per tutti; la differenza sta nel fare delle scelte strategiche e di cambiamento mentale sul modo di comprendere il digitale, favorendo un approccio non autoreferenziale mirato a rendere visibile il proprio capitale sociale o, riprendendo le parole del sociologo Goffman, a promuovere il “palcoscenico del sé”. Infine, vanno poi individuate le tecnologie più funzionali per giungere al sopracitato obiettivo. Tuttavia, questo è l'ultimo passaggio di una strategia comunicativa a servizio di una collettività che non è spettatrice passiva ma condivide e partecipa al discorso narrativo e che sa benissimo andare oltre alla banale questione del reale o del virtuale. In questa prospettiva, vanno poi uniti tutti quegli aspetti infrastrutturali alle nostre scelte strategiche, favorendo il dialogo con le competenze tecnologiche, pedagogiche e la sostenibilità economica con la visione culturale e sociale.

* Giuseppe Musardo è sacerdote paolino italiano

 

La parola “comunicazione” non esiste nella Bibbia, se non altro perché deriva dalle successive parole latine “communicare”, “communicatio”. Da quella stessa radice, sappiamo, deriva anche il termine “communio”. Questa parola, “comunicazione”, così popolare oggi, tuttavia dà il nome a una realtà conosciuta e praticata dall’uomo fin dall’inizio della sua esistenza, che solo ad un certo punto della storia è stata definita con una parola specifica. Non sarà un’esagerazione, quindi, se proveremo a dire qualcosa sulla persona di san Giuseppe nella sua veste di “uomo di comunicazione”, anche se, come sappiamo, egli non proferisce una sola parola nei Vangeli.

Nella Coroncina a San Giuseppe, che troviamo nel Libro di preghiere della Famiglia Paolina, esiste il frammento seguente: «O san Giuseppe, padre putativo di Gesù, benediciamo il Signore per le intime tue comunicazioni con lui (…) Lo hai paternamente amato e sei stato filialmente riamato. La tua fede ti faceva adorare in lui il Figlio di Dio incarnato, mentre egli ti ubbidiva, ti serviva, ti ascoltava. Avevi con lui soavi conversazioni, comunanza di lavoro, grandi pene e dolcissime consolazioni».

Per come intendiamo oggi la comunicazione, c’è una chiara enfasi sul suo scopo di edificare una comunione fra le persone. Allo stesso tempo, quindi, essa non è più definita come un mero “scambio di informazioni”. In questo contesto san Giuseppe si rivela un vero maestro di comunicazione, che lo ha portato a costruire un vero legame d’amore con Maria e Gesù.

Il Beato Giacomo Alberione menziona i dialoghi di Giuseppe con Gesù. Sembra ovvio che questo appartenesse alle pratiche quotidiane dei membri della Sacra Famiglia, durante l’orario di lavoro, nei momenti tristi di sofferenza e in quelli belli di consolazione.

In una conferenza ai Discepoli del Divin Maestro, pronunciata il 16 marzo 1960, il Fondatore caratterizza la relazione di Giuseppe con Gesù come segue: Giuseppe «aveva una intimità con Gesù; visse tanti anni con Gesù; nutrì Gesù; e mentre che ne era padre putativo, e cioè aveva dei diritti legali e morali sopra di lui per la sua missione, egli era anche il discepolo di Gesù: lo ammirava, lo sentiva e lo imitava. E appunto perché Gesù si era fatto suoi figliuolo putativo, egli restava meravigliato di vedere nel Figlio di Dio incarnato tanta umiltà da obbedirgli. E il modo di dare le sue disposizioni, i suoi comandi, era tutto un modo delicatissimo: da una parte il dovere di guidare la sacra Famiglia e, dall’altra parte, la sua umiltà, che gli mostrava come egli non fosse degno di una così alta missione».    

Giuseppe era il padre, il maestro e allo stesso tempo il discepolo di Gesù. Gli diede ordini e prescrizioni perché, come padre, era un’autorità, ma fece questo in modo sempre delicato. Come discepolo di Gesù, «lo ammirava, lo sentiva e lo imitava» e gli obbediva. Gesù, da parte sua, fece lo stesso con il suo padre putativo. Nella comunicazione che costruiva ogni giorno con suo figlio, san Giuseppe era in grado di parlare e ascoltare, ed ha saputo arrivare alla perfezione armonizzando tra loro gli atteggiamenti di padre, di maestro e di discepolo, sempre nella consapevolezza che Gesù era il Figlio incarnato di Dio.

Hai bisogno di altri argomenti per riconoscere in san Giuseppe un vero maestro di comunicazione? Con tanto più zelo, allora, preghiamo con le parole del Fondatore: san Giuseppe, «prega per noi, affinché possiamo (…) arrivare a una grande intimità e a un amore tenero e forte verso Gesù, sopra la terra, e a possederlo per sempre in cielo».

 

* Bogusław Zeman, sacerdote paolino, è il Direttore del Centro di Spiritualità Paolina.

Celebriamo la solennità dell’Annunciazione e in essa contempliamo il grande “sì” di Maria, che ha reso possibile l’entrata nella storia umana del Figlio di Dio e la realizzazione del Progetto amorevole di Dio, per salvare l’uomo attraverso la passione, morte e risurrezione del suo Figlio.

In Maria, la coscienza e la consapevolezza di ciò che questo “sì” comportava, sono cresciute e si sono sviluppate attraverso la partecipazione alle vicende della vita terrena di suo Figlio, orientate alla realizzazione “delle cose del Padre suo”.

Per questo, il “sì” di Maria non rimane confinato solo al momento della visita dell’Angelo Gabriele, ma si ripresenta costantemente nella sua vita: al momento della nascita di Gesù: “Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole in cuor suo” (Lc, 219), al ritrovamento di Gesù fra i dottori: “Figlio perché hai fatto questo? Ecco tuo padre e io, addolorati, ti cercavamo!” (Lc 2,48); alle nozze di Cana: “Che vuoi da me, o donna? Non è ancora venuta la mia ora” (Gv 2,4); quando sua madre e i suoi fratelli lo vanno a trovare: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (Mc3,33); fino alla morte in croce: “Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria Maddalena” (Gv 19, 25).

Il “sì” di Maria, quindi, non è la disponibilità di un momento, ma è un modo di essere, un modo costante di vivere, realizzato nel contatto e nell’ascolto permanente della Parola di Dio da una parte, e nella lettura, sofferta, dolorosa e umanamente non comprensibile, degli eventi della sua vita unita a Gesù. In tali eventi che Maria “conservava e custodiva nel suo cuore” si snodava la sua “passione” per vedere e scoprire in essi l’attuazione e la realizzazione del progetto di Dio al quale ella aveva dato la sua disponibilità iniziale e che richiedevano di “aggiornare” e riaffermare il suo “sì” di volta in volta. Non è stato facile per Maria ragionare con Gesù. Non è stato semplice per Maria capire i gesti, le scelte e le parole di Gesù. Ciò nonostante “benedetta colei che ha creduto al compimento di ciò che le è stato detto dal Signore” (Lc 1,45).

Questo quadro evidenziato rivisitando la vita di Maria, diventa il quadro di riferimento di ogni cristiano, ma soprattutto dei membri dell’Istituto Maria Ss. Annunziata. Le Annunziatine, infatti, dopo aver risposto ad una chiamata: “eccomi”, si sono “consacrate” totalmente a Colui che le ha chiamate: “si faccia di me come hai detto tu”, e diventano testimoni, nella secolarità, della presenza del Cristo risorto che guida la storia di ogni uomo e di tutta l’umanità attraverso l’apostolato: “fate quello che egli vi dirà”. Nonostante la presenza del o dei “coronavirus” presenti nell’umanità di oggi, la presenza dell’Istituto delle Annunziatine, nella realtà sociale, deve aiutare a dare una visione e una lettura cristiana agli eventi che la cronaca quotidiana pone sotto i nostri occhi. Il farsi carico di tale missione vuol dire dare speranza all’uomo di oggi, vuol dire dare un contributo, dall’interno delle realtà umane, alla costruzione di una casa comune vivibile e pienamente umana.

Ma la missione delle Annunziatine non si esaurisce in questo. Esse hanno un compito anche nei confronti della Famiglia Paolina e, soprattutto, verso la Società San Paolo. Loro compito è quello di trasferire all’interno della Famiglia Paolina, le attese, le domande dell’umanità di oggi perché insieme, come Famiglia Paolina, possiamo rispondere a queste domande ed evitare di dare risposte a domande che nessuno si fa.

Per fare questo ci vuole una conoscenza, accettazione e stima reciproca e la coscienza dei propri ruoli e responsabilità. E’ un cammino da costruire, ma non ci sono alternative se vogliamo guardare con fiducia il futuro della Società San Paolo e della Famiglia Paolina tutta. Il laicato va valorizzato e noi che ne abbiamo la possibilità non dobbiamo perderla.

In questo senso, l’incontro degli Istituti Aggregati svolto a Roma dal 25 al 27 Febbraio scorso per il gruppo Europa-Congo, per celebrare i 60 anni di approvazione pontificia dei nostri Istituti, è stato un buon inizio. Ci auguriamo di poter svolgere anche gli altri incontri programmati, quello per l’America Latina e quello per i Membri di lingua inglese, che, per ora, sono stati sospesi in considerazione della grave situazione che oggi si vive in tutto il mondo.

Affidiamo a Maria il cammino e il futuro dei nostri Istituti Aggregati ma anche la grave situazione che oggi vive l’umanità.

 

* Don Vito Fracchiolla, Vicario generale, è il Delegato generale per gli Istituti Aggregati e i Cooperatori Paolini

I Discepoli Paolini in Italia, che si ritrovano periodicamente per una giornata di riflessione e condivisione, hanno tenuto il loro primo appuntamento annuale, domenica 23 febbraio a Roma. Seguendo la metodologia ormai consolidata, ogni fratello è giunto all’incontro “preparato”, affinché la condivisione non fosse una semplice esposizione di idee, ma la condivisione e l’espressione di ciò che ognuno aveva maggiormente assimilato e fatto proprio.

E’ risultato di grande stimolo per tutti l’aver scelto per questa occasione il testo Annunciate, il quarto volumetto della serie pubblicata dalla CIVCSVA in occasione dell’Anno della Vita Consacrata (2016). Il documento ci stimola al ripensamento del nostro modo di assumere e vivere la missione. Partendo dalla Parola di Dio, esso ci propone come esempio san Paolo, che in varie circostanze è stato spinto, guidato e a volte forzato dallo Spirito a cambiare rotta e programmi e ad uscire dalle sue sicurezze, dai sentieri già tracciati. Questa è anche la grande sfida per noi, oggi. Anche noi dobbiamo lasciarci trasformare e guidare dalla Parola di Dio.

Il cambio di mentalità, sembra paradossale, comincia dal riscoprire lo slancio e l’impegno missionario delle origini; dal nostro Fondatore che, come Paolo, ci fu modello di vita interiore, di creatività e dinamismo apostolico. La prima struttura e sorgente di apostolato è la vita comunitaria. Nella vita fraterna, infatti, nasce la prima missione che è quella di curare le nostre relazioni, creando comunione tra i fratelli, trascendendo ruoli e posizioni. Tanto a livello comunitario come a livello congregazionale siamo interpellati a rivedere anche le nostre strutture, perché non siano un freno alla missione. Esse talvolta ci condizionano e non corrispondono totalmente alle esigenze apostoliche dei tempi. Di conseguenza, finiscono per smorzare l’entusiasmo e l’impegno di tanti Paolini.

All’ansia di voler rispondere alle tante sfide di oggi, allo scoraggiamento per la scarsità dei mezzi e delle persone, ci viene in soccorso sia l’invito a “valutare i tempi per cambiare con loro”, promosso da Papa Francesco, sia il monito di Paolo “Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare” (Rm 12,2), la citazione biblica che ci viene proposta nel cammino di preparazione della Congregazione verso il prossimo Capitolo generale.

I fratelli Discepoli, consci dell’importanza di continuare il loro cammino di formazione continua e di mantenere viva la fede nella missione paolina si son dati appuntamento per il mese di maggio. In quell’occasione, avranno la gioia e l’opportunità di condividere la loro esperienza con i novizi paolini, nell’atmosfera del Noviziato internazionale di Albano Laziale.

 

* Luigi Bofelli, discepolo paolino italiano, è Consigliere generale.

 

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