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Governo Generale

 
 
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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
Superiore Generale
Il Governo Generale (2015-2021)
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Avvicinandosi la chiusura del nostro Anno Vocazionale e in questo tempo di Avvento mi piacerebbe riproporre per la nostra riflessione un pezzo dell’omelia di Papa Francesco in cui approfondisce esattamente il brano biblico che ci ha ispirato in questo Anno vocazionale: “Ravviva il dono di Dio”. Nella Messa della XXVII Domenica del Tempo Ordinario, 6 ottobre 2019, la Liturgia ci ha proposto come seconda lettura la lettera di Paolo a Timoteo (2Tm 1,6-8.13-14). Ecco le parole di Papa Francesco su questo testo, grande illuminazione per questo momento storico che la Congregazione e la Chiesa vivono. Buon Avvento a tutti:

«L’Apostolo Paolo, il più grande missionario della storia della Chiesa, ci aiuta a “fare Sinodo”, a “camminare insieme”: quello che scrive a Timoteo sembra rivolto a noi, Pastori al servizio del Popolo di Dio. Anzitutto dice: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani» (2Tm 1,6). (…)  Abbiamo ricevuto un dono per essere doni. Un dono non si compra, non si scambia, non si vende: si riceve e si regala. Se ce ne appropriamo, se mettiamo noi al centro e non lasciamo al centro il dono, da Pastori diventiamo funzionari: facciamo del dono una funzione e sparisce la gratuità, e così finiamo per servire noi stessi e servirci della Chiesa. La nostra vita, invece, per il dono ricevuto, è per servire. (…)

Per essere fedeli a questa nostra chiamata, alla nostra missione, San Paolo ci ricorda che il dono va ravvivato. Il verbo che utilizza è affascinante: ravvivare letteralmente, nell’originale, è “dare vita a un fuoco” [anazopurein]. Il dono che abbiamo ricevuto è un fuoco, è amore bruciante a Dio e ai fratelli. Il fuoco non si alimenta da solo, muore se non è tenuto in vita, si spegne se la cenere lo copre. Se tutto rimane com’è, se a scandire i nostri giorni è il “si è sempre fatto così”, il dono svanisce, soffocato dalle ceneri dei timori e dalla preoccupazione di difendere lo status quo. Ma «in nessun modo la Chiesa può limitarsi a una pastorale di “mantenimento”, per coloro che già conoscono il Vangelo di Cristo. Lo slancio missionario è un segno chiaro della maturità di una comunità ecclesiale» (Benedetto XVI, Verbum Domini, 95). Perché la Chiesa sempre è in cammino, sempre in uscita, mai chiusa in sé stessa. Gesù non è venuto a portare la brezza della sera, ma il fuoco sulla terra.

Il fuoco che ravviva il dono è lo Spirito Santo, datore dei doni. Perciò San Paolo continua: «Custodisci mediante lo Spirito Santo il bene prezioso che ti è stato affidato» (2Tm 1,14). E ancora: «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (v. 7). Non uno spirito di timidezza, ma di prudenza. Qualcuno pensa che la prudenza è la virtù “dogana”, che ferma tutto per non sbagliare. No, la prudenza è virtù cristiana, è virtù di vita, anzi, la virtù del governo. E Dio ci ha dato questo spirito di prudenza. Paolo mette la prudenza all’opposto della timidezza. Che cos’è allora questa prudenza dello Spirito? Come insegna il Catechismo, la prudenza «non si confonde con la timidezza o la paura», ma «è la virtù che dispone a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati» (n. 1806). La prudenza non è indecisione, non è un atteggiamento difensivo. È la virtù del Pastore, che, per servire con saggezza, sa discernere, sensibile alla novità dello Spirito. Allora ravvivare il dono nel fuoco dello Spirito è il contrario di lasciar andare avanti le cose senza far nulla. Ed essere fedeli alla novità dello Spirito è una grazia che dobbiamo chiedere nella preghiera. (…)

Ravvivare il dono; accogliere la prudenza audace dello Spirito, fedeli alla sua novità; San Paolo rivolge un’ultima esortazione: «Non vergognarti di dare testimonianza ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2Tm 1,8). Chiede di testimoniare il Vangelo, di soffrire per il Vangelo, in una parola di vivere per il Vangelo. L’annuncio del Vangelo è il criterio principe per la vita della Chiesa: è la sua missione, la sua identità. Poco dopo Paolo scrive: «Sto per essere versato in offerta» (4,6). Annunciare il Vangelo è vivere l’offerta, è testimoniare fino in fondo, è farsi tutto per tutti (cfr 1Cor 9,22), è amare fino al martirio. (…)» (Papa Francesco, Basilica Vaticana, 6 ottobre 2019, Apertura del Sinodo per l’Amazzonia)

Il nostro Fondatore, il Beato Giacomo Alberione, ci ricorda che «Gesù, prima d’iniziare il suo apostolato, la sua predicazione si cercò dunque le vocazioni. Fece il primo gruppo, costituì il primo gruppo di apostoli: Pietro, Giacomo, Andrea, poi Bartolomeo, Filippo, ecc.; perché? Perché questi dovevano imparare da lui» (AAP57, 267). Da loro stesse, queste parole, soprattutto «imparare da lui», indicano l’importanza della formazione. È necessario formarsi per compiere la missione, il nostro apostolato, per vivere e dare il Cristo integrale al mondo intero.

È proprio per questo motivo che, dopo il Seminario Internazionale sulla Formazione paolina per la missione (1994) e dopo quello 2º Seminario Internazionale degli Editori Paolini (2017), il Governo generale ha organizzato il 2º Seminario Internazionale sulla Formazione Paolina per la Missione, ad Ariccia, dal 4 all’8 novembre 2019. Il suo obiettivo è stato di «promuovere la formazione integrale del Paolino, “apostolo comunicatore e consacrato”, per un rinnovato slancio apostolico della nostra missione a partire dall’attuale contesto comunicativo evidenziato durante il 2° Seminario Internazionale degli Editori Paolini».

Vista l’importanza di un tale evento congregazionale, vi hanno preso parte non meno di ottanta confratelli, tra cui il Governo generale, i Superiori maggiori, i Coordinatori generali della formazione, i Direttori generali dell’apostolato e altri invitati. Tra questi ultimi, notiamo la ricca partecipazione dei novizi e degli juniores che si preparano alla professione perpetua ad Albano.

Dalle conferenze, tavole rotonde e anche dai gruppi di lavoro come dai lavori personali, abbiamo sentito veramente la necessità di una formazione integrale per la nostra missione. C’è bisogno «di formare un uomo, un cristiano, un religioso, un apostolo» (UPS II, 62), il paolino per l’oggi. E, come sostiene San Giovanni Paolo II in Vita consecrata 67: «Poiché la formazione deve essere anche comunitaria, il suo luogo privilegiato è la comunità». È nella comunità che si forma o è la comunità che forma. Come diceva don Valdir José De Castro, nostro Superiore generale, nel suo discorso conclusivo: «dobbiamo far diventare le nostre comunità vere comunità formative» e anche «multiculturali»!

E non possiamo dimenticare il ruolo dei formatori, anche se è la comunità tutta che forma. Ecco perché il 2°SIFPAM ha insistito sulla formazione dei formatori. Infatti, se vogliamo formare dei Paolini degni di questo nome, dobbiamo rispondere all’invito di Vita consecrata 66 che ribadisce: «sarà opportuno creare adeguate strutture per la formazione dei formatori». Tali formatori, proprio perché formati, potranno aiutare i giovani ad essere veri «editori del futuro» che sappiano creare «relazioni» (Linee editoriali), «affrontare l’ambiente digitale» (don Valdir) e anche far sì che siano trasformati in Cristo. Perché, come dice l’Alberione, «il perfetto Maestro formerà uomini perfetti in Gesù Cristo» (UPS II, 191).

Inoltre, la formazione permanente dev’essere obbligatoria e da non trascurare per nessun motivo. Perché «la formazione permanente, sia per gli Istituti di vita apostolica come per quelli di vita contemplativa, è un’esigenza intrinseca alla consacrazione religiosa» (Vita consecrata, 69).

E nello spirito alberioniano, c’è il «Noviziato per il Paradiso» che richiama la formazione permanente; perché, per il Fondatore, «dopo la professione perpetua viene il noviziato per la professione eterna» (UPS I, 258).

E perché tutto quanto detto sopra sia realizzabile, occorre avanzare in sinodalità. Oltre ad essere il metodo scelto per prepararci al prossimo Capitolo generale, essendo anche promossa da Papa Francesco, la sinodalità è di aiuto per la formazione integrale del Paolino. Perché «se camminiamo insieme, giovani e anziani, potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro» (Christus vivit, 199). Allora, come voleva il Fondatore, auguriamoci di «protenderci in avanti ogni giorno, mai fermarsi» (FSP55, p. 185), visto che «l’impegno formativo non cessa mai» (Vita consecrata, 65)!

Per finire, la formazione, essendo una partecipazione all’azione del Padre, il formatore per eccellenza di chi si consacra a lui (cf. Vita consecrata, 66), richiede che noi contiamo anche sullo Spirito Santo giorno dopo giorno; e da Paolini, lo faremo meglio anche pregando il Patto o Segreto di riuscita e ravvivando continuamente il dono ricevuto da Dio (cf. 2 Tm 1, 6), come vuole quest’Anno vocazionale della Famiglia Paolina che stiamo vivendo.

 

* Patrick Nshole, sacerdote paolino congolese.

 

Non è facile parlare di chi prima di noi ha abbracciato la vita paolina e ci è stato accanto in tempi e occasioni diversi, anche per breve tempo. Ci sono però volti ed esperienze che una volta conosciuti non si possono dimenticare. Se penso a fratel Teresio Minelli e a fratel Andrea Peressutti posso dire che mi ha colpito il loro modo di vivere la missione paolina. Diversi per carattere, esperienza, terra di provenienza… ma accomunati dalla passione per la libreria (entrambi sono stati a Milano e Roma) e dalla loro capacità di entrare in empatia con le persone. Han promosso non solo il libro ma le relazioni, necessarie e decisive per tessere quella rete di fiducia grazie alla quale il nostro apostolato è fecondo, porta vita…

Guardando a questi due nostri fratelli discepoli, in prossimità della Solennità di tutti i Santi, mi viene in mente quanto la Lumen gentium (n. 39) ci ricorda circa l’universale chiamata alla santità di ogni battezzato. Santi non solo perché canonizzati ma perché inseriti nella vita dello Spirito, in quella comunione con il Figlio di Dio che ci porta a vivere in modo nuovo, secondo il Vangelo. Lo Spirito tesse in noi una relazione così speciale con Gesù per cui ogni gesto, lavoro, parola, ogni twitter o post… tutto è testimonianza.

La Lettera agli Ebrei, a riguardo, ricorda alla Chiesa, ad ogni comunità di credenti, una cosa stupenda: «Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni… corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù» (12,1-2). Siamo “circondati” da una “moltitudine di testimoni”, uomini e donne che non solo hanno abbracciato il Vangelo ma per il Maestro hanno dato la vita, offrendo tutto quanto avevano, hanno amato il popolo di Dio nel nome del Signore, e in molti modi sono stati testimoni di bene, di speranza, di gioia vera… Essere “circondati” non è un modo di dire ma esprime una circolarità di bene che avvolge ognuno di noi, testimonianza così chiara che non può essere dimenticata. Il bene proviene da molti fratelli e sorelle della Famiglia Paolina che, senza far rumore, ma in modo concreto e ricco di altruismo, raggiungono persone e situazioni in modo paolino, edificando relazioni che conducono a nuovi luoghi in cui vivere. Per cui a fratel Teresio e a fratel Andrea dovremo aggiungere tanti altri nomi, una porzione di Famiglia Paolina che realmente ci invita alla santità, a vivere donando, pieni non di privilegi e primi posti ma di carità. Ci sono fratelli e sorelle che hanno amato tanto e questo amore è stato moltiplicato dalla Grazia tramite il loro apostolato.

Persone come noi, eppure di loro ricordiamo la vita spesa, donata, prodiga di bene. In loro vediamo moltiplicato il bene e realizzato il senso più profondo del Segreto di riuscita scritto e vissuto dal Beato Alberione. Il nostro Fondatore, come riporta il Diario del Beato Timoteo Giaccardo, parlava di imparare a moltiplicare anche la santità: «Nella via della santità si può progredire per uno, per cinque, o anche per dieci, come nelle biciclette con un giro di gamba si può correre un metro o fino anche a dieci metri. Vi ho insegnato come si moltiplica il tempo di studio: ora dovete imparare a moltiplicare il corso sulla via della santità» (26 gennaio 1919). Si moltiplica il bene, ma anche i modi di fare il bene, gli apostolati, la mentalità con la quale si è apostoli… fino a 10 volte tanto, a 100. La storia e l’eredità carismatica del Patto, approfondite durante il Convegno dello scorso 26 ottobre a Roma, per celebrarne il Centenario, ci ha portato proprio in questa direzione. E a breve avremo la possibilità di accedere ad alcuni contributi scritti, oltre alla possibilità di rivedere tutti gli interventi nel nostro profilo di facebook.

Fratel Teresio e fratel Andrea hanno imparato a moltiplicare il loro bene; l’hanno distribuito senza paura di essere impoveriti e ora questo tesoro si trova depositato in tutti coloro che hanno avuto il dono di conoscerli… La loro chiamata alla vita paolina e la loro risposta costante e umile ha reso gloria alla Trinità.

Don Domenico Soliman è il Postulatore generale della Famiglia Paolina 

 

Non è difficile inquadrare la vocazione di Giacomo Alberione sulla linea delle grandi vocazioni bibliche, in cui Dio chiama determinate persone, in momenti specifici della storia, a realizzare piani concreti entro l'eterno piano di salvezza destinato a tutti gli uomini e donne di ogni tempo.

I protagonisti sono sempre due: Dio, il principale, che ha l'iniziativa, e la persona che, con più o meno difficoltà, a seconda dei casi, accoglie l'invito e cerca di rispondere mettendo le proprie energie al servizio di Dio.

Nato in una famiglia di forti radici cristiane ed educato da bambino nella fede e nella pratica della vita cristiana, non sorprende che il quinto figlio della famiglia considerasse ad un certo punto la possibilità di diventare sacerdote. Il seminario di Bra fu il suo primo destino, sebbene non definitivo, poiché poco dopo dovette abbandonarlo: un duro colpo, che sicuramente fece nascere nel giovane Giacomo un forte senso di fallimento e un accumulo di dubbi sul suo futuro.

Dopo alcuni mesi di incertezza, grazie all'aiuto del suo buon parroco, passò al seminario di Alba, dove in seguito riceverebbe la rivelazione che avrebbe segnato tutta la sua risposta al piano di Dio per lui, chiamato a essere il padre di una moltitudine di uomini e donne che nel nuovo secolo avrebbero condiviso il suo carisma apostolico in ogni angolo del mondo. Dalla forte esperienza dell'invito di Gesù: "Venite a me tutti..." nella notte del passo del secolo (cfr. AD 15), si scatenò un processo di energie che avrebbe prodotto frutti molto diversificati nel tempo e nelle forme: tutte volte a dare una risposta concreta all'invito di Gesù.

In questo processo è possibile distinguere alcuni momenti chiave che hanno segnato la traiettoria della risposta del Fondatore e che, almeno in una certa misura, dovrebbero segnare la risposta di tutti coloro che "sentono quello che egli ha sentito" nella notte di luce, come egli la chiama. Si tratta di un itinerario, un tipico stile di risposta vocazionale, che gli aiuterà a evitare deviazioni, polarizzazioni o alterazioni nella scala dei valori, che avrebbero potuto fermare e persino annullare i frutti dello Spirito nella Famiglia Paolina.

Sintetizzando, possiamo dividere questo itinerario in quattro tappe. Il primo è il momento dell'esperienza della sfida: la realtà del mondo e della Chiesa richiedeva una mobilitazione per dare risposte concrete ai bisogni dell'umanità. Giacomo Alberione sentì che doveva "far qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto" (AD 15). Così diede vita a tutta una Famiglia internamente coerente che non può essere spiegata se non con un ascolto attento della voce dello Spirito e una diligente volontà di rispondere alle sue ispirazioni. Sempre per dare una risposta, piena e totalizzante – Cristo totale per tutto l’uomo, per tutti gli uomini, con tutti i mezzi – all'invito di Gesù nella realtà attuale (missione, apostolato).

Una volta scoperto l'obiettivo, la prima urgenza che il giovane Alberione sentì fu la necessità di prepararsi bene per la missione che gli era stata affidata (cfr. AD 20) (formazione integrale, studio). Egli fu in grado di orientare tutto in tale direzione (cfr. AD 9). Si vedeva già a capo di un folto gruppo di persone entusiaste che, condividendo il suo ideale, lo avrebbero aiutato a realizzarlo per il bene della Chiesa e del mondo del suo tempo.

Ma a un certo punto si rese conto che se voleva dare unità, stabilità, continuità e soprannaturalità alla sua iniziativa, doveva fornirla di alcuni elementi che garantissero tutto ciò: la vita religiosa era la risposta. Persone che si donassero in corpo e anima, con totale spirito di gratuità, unite in comunità di persone consacrate, in uno stile di vita evangelico in fraternità (donazione totale, povertà).

Giacomo Alberione era profondamente convinto che una missione così importante, così innovativa e prevedibilmente difficile, avesse bisogno di una fonte di energia superiore al solito. Solo un profondo spirito di preghiera, una forte unione con la fonte della grazia potrebbe garantire il compimento del suo ideale apostolico e la sua continuità nel tempo (vita di preghiera, pietà).

Questo itinerario che il Fondatore visse nella sua risposta vocazionale, fu tradotto nel suo compito pedagogico nell'immagine delle "quattro ruote", i quattro elementi fondamentali della vita paolina che devono essere vissuti in equilibrio. A lui ciò che realmente interessava era l'integralità di tutte le dimensioni che, vissute con intensità e armonia, porteranno alla piena realizzazione della personalità, cioè la santità paolina, nel cui vertice c’è Gesù Cristo Maestro, via, verità e vita, che esprime "la piena maturità" di Cristo (cfr. Efesini 4,13) a cui tutti siamo chiamati.

Abbandonato a quella fonte di grazia, Giacomo Alberione ha ricevuto la grande ispirazione: Gesù, il Maestro, che è la via, e la verità, e la vita. Una scoperta da lui sempre considerata il culmine della sua ispirazione, che poi ha lasciato come preziosa eredità ai suoi figli e figlie (AD 93). Lui, insieme a san Paolo, il suo miglior interprete, la "forma" su cui deve essere modellato ogni Paolino, e insieme a Maria, che lo incarnò nel suo seno e nel suo cuore, e lo diede completo al mondo, sono le colonne che danno significato e profondità all'intero edificio. È la spiritualità paolina, che informa, dà vita, energia, coraggio, significato ed entusiasmo a tutte le dimensioni della vita: al rapporto con Dio, alla preparazione, alla donazione totale e alla missione specifica, a cui tutto è ordinato.

Accogliendo con animo aperto e generoso le successive ispirazioni dello Spirito, il beato Giacomo Alberione ha saputo rispondere integralmente al disegno di Dio su di lui, portando a pienezza la sua vita umile e nascosta, un capolavoro della grazia, che Paolo VI non ha esitato a qualificare come "una meraviglia del nostro secolo". Indubbiamente, una di quelle tre o quattro figure che Dio dona ogni secolo all'umanità per nobilitarla e rinnovarla.

 

Don José Antonio Pérez, ssp

 

Un giovane sognatore, desideroso di fare qualcosa per gli altri, piantò un piccolo seme, convinto che col tempo sarebbe diventato un grande albero, capace di produrre frutti abbondanti a favore di tanta gente…

Condivise con i suoi figli e figlie il suo ideale e si attorniò di collaboratori generosi che misero le proprie risorse a servizio della pianta. Tutti erano convinti della bontà dell’ideale del giovane sognatore e ne favorirono in tutti i modi la nascita e la crescita. I grandi sacrifici di ogni genere che dovettero soffrire non riuscirono a scoraggiarli dall’ideale del grande albero che doveva crescere per il bene dell’umanità.

Dopo alcuni anni, il seme cominciò a spuntare come un bell’arbusto. In alcuni rami c’erano fiori bellissimi; alcuni marcirono e col tempo caddero per terra, ma la pianta diventò un albero di dieci grandi rami, pieni di foglie, di fiori e non pochi frutti.

Intanto, quell’uomo aveva terminato il suo compito, sempre guidato dalla grazia di Dio, e furono i figli e le figlie a prendersi cura dell’albero ereditato dal padre. In alcuni momenti questi vollero scoprire e adoperare nuove risorse per far crescere l’albero e produrre i migliori frutti: e a ragione, perché il mondo offriva nuove possibilità che il padre non aveva conosciuto… Alcuni fecero grandi sforzi per far produrre nuovi frutti e per abbellire alcuni dei prodotti precedenti.

A un certo punto, però, anche a causa dei molteplici e rapidissimi cambiamenti delle condizioni ambientali, l’albero si vide danneggiato; e gli eredi di quell’uomo, molto preoccupati dei frutti, cominciarono a trascurare un po’ un incarico fondamentale tramandato dal padre. Curarono molto le foglie e i frutti, a volte con grandi sforzi e accurati programmi, a volte con dei bei frutti, ma l’albero smise di crescere. Pian piano i rami diventavano sempre più vecchi, si sentivano persino sterili. I frutti cominciarono a scarseggiare…

I figli raddoppiarono gli sforzi, ma l’albero sembrava aver raggiunto il suo massimo sviluppo e cominciò a ripiegarsi su sé stesso. Non mancarono sforzi da parte di alcuni per andare alle radici dell’albero, però spesso trovavano diffidenze, a volte rifiuti, da parte dei fratelli più grandi… Era il momento della rassegnazione: alcuni arrivarono a pensare che forse l’albero aveva già compiuto la sua missione ed era arrivato il momento di prepararsi a morire…

Dopo tanti tentativi a vuoto per far rifiorire i rami, dopo tanti sforzi, a volte inutili, per abbellire i frutti ancora presenti, i figli di quell’uomo capirono che la vera soluzione era quella di prendere sul serio il problema fondamentale, e prestare più attenzione alle radici…

Uno sforzo sicuramente nascosto, molto più lungo e faticoso, ma sicuramente l’unico capace di far rivivere il grande albero ereditato dal padre.

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