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Governo Generale

 
 
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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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Non è facile parlare di chi prima di noi ha abbracciato la vita paolina e ci è stato accanto in tempi e occasioni diversi, anche per breve tempo. Ci sono però volti ed esperienze che una volta conosciuti non si possono dimenticare. Se penso a fratel Teresio Minelli e a fratel Andrea Peressutti posso dire che mi ha colpito il loro modo di vivere la missione paolina. Diversi per carattere, esperienza, terra di provenienza… ma accomunati dalla passione per la libreria (entrambi sono stati a Milano e Roma) e dalla loro capacità di entrare in empatia con le persone. Han promosso non solo il libro ma le relazioni, necessarie e decisive per tessere quella rete di fiducia grazie alla quale il nostro apostolato è fecondo, porta vita…

Guardando a questi due nostri fratelli discepoli, in prossimità della Solennità di tutti i Santi, mi viene in mente quanto la Lumen gentium (n. 39) ci ricorda circa l’universale chiamata alla santità di ogni battezzato. Santi non solo perché canonizzati ma perché inseriti nella vita dello Spirito, in quella comunione con il Figlio di Dio che ci porta a vivere in modo nuovo, secondo il Vangelo. Lo Spirito tesse in noi una relazione così speciale con Gesù per cui ogni gesto, lavoro, parola, ogni twitter o post… tutto è testimonianza.

La Lettera agli Ebrei, a riguardo, ricorda alla Chiesa, ad ogni comunità di credenti, una cosa stupenda: «Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni… corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù» (12,1-2). Siamo “circondati” da una “moltitudine di testimoni”, uomini e donne che non solo hanno abbracciato il Vangelo ma per il Maestro hanno dato la vita, offrendo tutto quanto avevano, hanno amato il popolo di Dio nel nome del Signore, e in molti modi sono stati testimoni di bene, di speranza, di gioia vera… Essere “circondati” non è un modo di dire ma esprime una circolarità di bene che avvolge ognuno di noi, testimonianza così chiara che non può essere dimenticata. Il bene proviene da molti fratelli e sorelle della Famiglia Paolina che, senza far rumore, ma in modo concreto e ricco di altruismo, raggiungono persone e situazioni in modo paolino, edificando relazioni che conducono a nuovi luoghi in cui vivere. Per cui a fratel Teresio e a fratel Andrea dovremo aggiungere tanti altri nomi, una porzione di Famiglia Paolina che realmente ci invita alla santità, a vivere donando, pieni non di privilegi e primi posti ma di carità. Ci sono fratelli e sorelle che hanno amato tanto e questo amore è stato moltiplicato dalla Grazia tramite il loro apostolato.

Persone come noi, eppure di loro ricordiamo la vita spesa, donata, prodiga di bene. In loro vediamo moltiplicato il bene e realizzato il senso più profondo del Segreto di riuscita scritto e vissuto dal Beato Alberione. Il nostro Fondatore, come riporta il Diario del Beato Timoteo Giaccardo, parlava di imparare a moltiplicare anche la santità: «Nella via della santità si può progredire per uno, per cinque, o anche per dieci, come nelle biciclette con un giro di gamba si può correre un metro o fino anche a dieci metri. Vi ho insegnato come si moltiplica il tempo di studio: ora dovete imparare a moltiplicare il corso sulla via della santità» (26 gennaio 1919). Si moltiplica il bene, ma anche i modi di fare il bene, gli apostolati, la mentalità con la quale si è apostoli… fino a 10 volte tanto, a 100. La storia e l’eredità carismatica del Patto, approfondite durante il Convegno dello scorso 26 ottobre a Roma, per celebrarne il Centenario, ci ha portato proprio in questa direzione. E a breve avremo la possibilità di accedere ad alcuni contributi scritti, oltre alla possibilità di rivedere tutti gli interventi nel nostro profilo di facebook.

Fratel Teresio e fratel Andrea hanno imparato a moltiplicare il loro bene; l’hanno distribuito senza paura di essere impoveriti e ora questo tesoro si trova depositato in tutti coloro che hanno avuto il dono di conoscerli… La loro chiamata alla vita paolina e la loro risposta costante e umile ha reso gloria alla Trinità.

Don Domenico Soliman è il Postulatore generale della Famiglia Paolina 

 

Un giovane sognatore, desideroso di fare qualcosa per gli altri, piantò un piccolo seme, convinto che col tempo sarebbe diventato un grande albero, capace di produrre frutti abbondanti a favore di tanta gente…

Condivise con i suoi figli e figlie il suo ideale e si attorniò di collaboratori generosi che misero le proprie risorse a servizio della pianta. Tutti erano convinti della bontà dell’ideale del giovane sognatore e ne favorirono in tutti i modi la nascita e la crescita. I grandi sacrifici di ogni genere che dovettero soffrire non riuscirono a scoraggiarli dall’ideale del grande albero che doveva crescere per il bene dell’umanità.

Dopo alcuni anni, il seme cominciò a spuntare come un bell’arbusto. In alcuni rami c’erano fiori bellissimi; alcuni marcirono e col tempo caddero per terra, ma la pianta diventò un albero di dieci grandi rami, pieni di foglie, di fiori e non pochi frutti.

Intanto, quell’uomo aveva terminato il suo compito, sempre guidato dalla grazia di Dio, e furono i figli e le figlie a prendersi cura dell’albero ereditato dal padre. In alcuni momenti questi vollero scoprire e adoperare nuove risorse per far crescere l’albero e produrre i migliori frutti: e a ragione, perché il mondo offriva nuove possibilità che il padre non aveva conosciuto… Alcuni fecero grandi sforzi per far produrre nuovi frutti e per abbellire alcuni dei prodotti precedenti.

A un certo punto, però, anche a causa dei molteplici e rapidissimi cambiamenti delle condizioni ambientali, l’albero si vide danneggiato; e gli eredi di quell’uomo, molto preoccupati dei frutti, cominciarono a trascurare un po’ un incarico fondamentale tramandato dal padre. Curarono molto le foglie e i frutti, a volte con grandi sforzi e accurati programmi, a volte con dei bei frutti, ma l’albero smise di crescere. Pian piano i rami diventavano sempre più vecchi, si sentivano persino sterili. I frutti cominciarono a scarseggiare…

I figli raddoppiarono gli sforzi, ma l’albero sembrava aver raggiunto il suo massimo sviluppo e cominciò a ripiegarsi su sé stesso. Non mancarono sforzi da parte di alcuni per andare alle radici dell’albero, però spesso trovavano diffidenze, a volte rifiuti, da parte dei fratelli più grandi… Era il momento della rassegnazione: alcuni arrivarono a pensare che forse l’albero aveva già compiuto la sua missione ed era arrivato il momento di prepararsi a morire…

Dopo tanti tentativi a vuoto per far rifiorire i rami, dopo tanti sforzi, a volte inutili, per abbellire i frutti ancora presenti, i figli di quell’uomo capirono che la vera soluzione era quella di prendere sul serio il problema fondamentale, e prestare più attenzione alle radici…

Uno sforzo sicuramente nascosto, molto più lungo e faticoso, ma sicuramente l’unico capace di far rivivere il grande albero ereditato dal padre.

«Gli indios e tutte le genti che in futuro giungeranno alla conoscenza dei cristiani, anche se vivono al di fuori della fede cristiana, possono usare in modo libero e lecito della propria libertà e del dominio delle proprie proprietà» scriveva papa Paolo III, nel lontano 1537, sui diritti degli indigeni, popoli da poco conosciuti ma che molti volevano già sfruttare e schiavizzare. Nella stessa bolla papale Sublimis Deus, Paolo III attribuiva alla opera del “nemico del genere umano” la divisione dell’umanità (e della Chiesa) che cercava di negare i diritti a questi nuovi popoli.

La Chiesa è stata sempre a favore degli indios, contro gli abusi dei conquistatori e tutti quelli che volevano sfruttarli, rubare le loro terre e ricchezze. Dopo Paolo III, almeno altri due Papi hanno difeso la causa indigena: Benedetto XIV, con la Immensa pastorum (1741), e Pio X, attraverso la Lacrimabili statu (1912). E oggi Papa Francesco vuole continuare a difendere questi deboli e esclusi, che non hanno molti aiuti a cui ricorrere, sempre cosciente che «la Chiesa ha la missione di evangelizzare, il che implica allo stesso tempo un impegno a promuovere il compimento dei diritti delle popolazioni indigene», come ricorda l’Instrumentum laboris del Sinodo che si avvicina (6-27 ottobre).

Ispirato da Gesù e dal Suo Vangelo, il Sinodo Panamazzonico propone un dialogo. Una dinamica di ascolto e di incontro. «Un dialogo a favore della vita e al servizio del “futuro del pianeta”» (IL 40). Una possibilità per il mondo di conoscere integralmente l’Amazzonia, e non soltanto qualche frammento o stereotipo. Propone un dibattito che porti a decisioni concrete per il mantenimento e protezione di tutte le ricchezze umane, materiali, biologiche e culturali di quel territorio, che coinvolge nove Paesi (Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese) e tantissime nazioni indigene, incluso circa un centinaio di popoli isolati (cf. IL 57 ss).

Il Sinodo è la continuità naturale e inevitabile della Laudato Si’ e, proprio come questa enciclica, avrà necessariamente un carattere pastorale e sociale, non soltanto ecologico. Avrà la missione di «ascoltare il grido della “Madre Terra” attaccata e gravemente ferita dal modello economico di sviluppo predatorio ed ecocida, che uccide e saccheggia, distrugge e sgombra, allontana e scarta, pensato e imposto dall’esterno e al servizio di potenti interessi esterni» e di«promuovere una nuova coscienza ecologica» (IL 146). L’Instrumentum laboris è ricco e integrale. Avvia un processo di ascolto sinodale che è iniziato il 15 ottobre 2017 – quando Papa Francesco ha annunciato la convocazione di un Sinodo Speciale per la Regione Amazzonica – e propone un percorso che parta dall’ascolto della voce dell’Amazzonia alla luce della fede e di quattro concetti chiave strettamente correlati: vita, territorio, tempo, dialogo (Parte I), risposta al grido del popolo e del territorio amazzonico per un’ecologia integrale (Parte II) e per nuovi cammini al fine di favorire una capacità di profezia in Amazzonia tra sfide e speranze (Parte III).

Tuttavia, 500 anni dopo il primo contatto con i popoli dell’Amazzonia, il “nemico del genere umano” sembra continuare a lavorare per dividere la Chiesa e l’umanità, visto le diverse polemiche e fake news attorno al prossimo Sinodo Panamazzonico. La Chiesa deve promuovere la libertà, l’incontro e l’unità. Se si va in un’altra direzione, possiamo affermare con Paolo III che «il nemico del genere umano, che si oppone sempre alle buone opere per portare gli uomini alla distruzione, provando invidia verso il genere umano, inventò un metodo fino ad allora inaudito per impedire che la parola divina di salvezza fosse predicata alle genti per la loro salvezza» (Sublimis Deus). Superando le critiche – che ci fanno chiedere quale sono le vere motivazioni/interessi di alcuni ecclesiastici (non per caso soprattutto statunitensi e tedeschi, Paesi tra quelli che più sfruttano le ricchezze della Amazzonia) che sembrano dimenticare quando il Vangelo dice che non è possibile servire a due padroni (cf. Mt 6,24) –, speriamo in un Sinodo coraggioso, che sia capace di toccare i punti fondamentali, anche se delicati, in gioco, come l’attuale modello di sviluppo economico predatorio, genocida ed ecocida, lo sfruttamento che parte da grandi compagnie e Stati, la violazione dei diritti umani e la “distruzione estrattivista”…, ma anche i nuovi ministeri, il ruolo dei laici e della donna, l’inculturazione della fede e della liturgia, ecc.

Che la Chiesa abbia il coraggio di essere “in uscita”, in ascolto, profetica, come suggerisce il capitolo finale dell’Instrumentum laboris. Una Chiesa che «reagisce responsabilmente alla situazione globale di ingiustizia, povertà, disuguaglianza, violenza ed esclusione in Amazzonia» (IL 146). Una Chiesa che «non può non preoccuparsi della salvezza integrale della persona umana, che comporta promuovere la cultura dei popoli indigeni, parlare dei loro bisogni vitali, accompagnare i movimenti e unire le forze per difendere i loro diritti» (IL 143).

Sono tante le sfide e speranze per un’azione profetica in Amazzonia, per essere una Chiesa presente, accogliente, missionaria e che si incarna nelle culture, seguendo la scia della missione degli Apostoli e principalmente di San Paolo, che ha voluto “farsi greco con i greci”, cercando di adattarsi “il più possibile a tutti” (cf. 1Cor 9,19-23). «Questo paradigma di azione ecclesiale ispira i ministeri, la catechesi, la liturgia e la pastorale sociale tanto nell’area rurale quanto in quella urbana» (IL n. 105). In questo senso, è ovvio che si deve arrivare a una nuova pratica pastorale, frutto della conversione ecclesiale descritta nel capitolo IX (IL 99 ss). Una nuova pratica pastorale che prenda in considerazione tutti i circa 115 suggerimenti, e non si fermi, tendenziosamente, sul paragrafo n. 129 con il suo suggerimento della “ordinazione di anziani”, che per altro non può essere letto senza il riferimento ai precedenti n. 126 («si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrare l’Eucaristia») e 127 («sarebbe opportuno riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione – potere di governo – deve essere collegato in tutti gli ambiti – sacramentale, giudiziario, amministrativo – e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine»); e che viene molto bene contestualizzato in una proposta di «nuovi ministeri per rispondere in maniera efficace ai bisogni dei popoli amazzonici (…) recuperando aspetti della Chiesa primitiva quando rispondeva alle sue necessità creando ministeri appropriati (cf. At 6,1-7; 1 Tim 3,1-13)» (cf. IL 129).

Tra le varie proposte già presenti nell’Instrumentum laboris, possiamo evidenziare la necessità di formazione degli agenti pastorali laici e la riforma delle strutture dei seminari per favorire l’integrazione dei candidati al sacerdozio nelle comunità, oltre a integrare la teologia indigena e l’ecoteologia e approfondire una teologia indo-amazzonica (cf. IL n. 98), promuovere una catechesi che assuma il linguaggio e il significato delle narrazioni delle culture indigene e afro-discendenti in sintonia con le narrazioni bibliche (IL 123) e un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori (IL 94).

Tutti questi aspetti richiamano anche la missione Paolina. Tuttavia, è nel Capitolo VII della 3° parte che vediamo un appello più diretto a noi Paolini, perché riguarda specificamente la comunicazione, soprattutto i mezzi di massa, che «trasmettono modelli di comportamento, stili di vita, valori, mentalità» (IL 140) ma che dovrebbero «trasmettere lo stile di vita evangelico, i suoi valori e i suoi criteri» (IL 141). Sono sei i suggerimenti per questa area della comunicazione (dalla formazione integrale di comunicatori autoctoni alla presenza in rete e nei mezzi locali, soprattutto nell’apostolato radiofonico – cf. IL 142), che si uniscono ai precedenti nn. 98, 123 e 129 sulla formazione dei laici e la comunicazione alternativa nelle lingue e culture locali. È importante ricordare qui lo sforzo che la Sobicain ha fatto nel passato traducendo la Bibbia nella lingua Quichua (oggi parlata da circa 10 milioni di indigeni dell’Amazzonia-Andes) e la proposta avvenuta nell’ultimo raduno del Consiglio della stessa Sobicain, di avviare una nuova traduzione in lingua amazzonica.

Cerchiamo di partecipare anche noi a questo cammino sinodale, riflettendo su come noi Paolini (e tutta la Famiglia Paolina) possiamo contribuire per il buon esito di questo evento ecclesiale e come possiamo sostenere Papa Francesco in questa difficile missione di affrontare le grandi forze internazionali e di vincere il “nemico del genere umano”, come direbbe Paolo III. Che il richiamo dell’Instrumentum laboris ci guidi in questo percorso: «Il volto amazzonico è quello di una Chiesa con una chiara opzione per (e con) i poveri e per la cura del creato. A partire dai poveri, e dall’atteggiamento di cura dei beni di Dio, si aprono nuovi cammini per la Chiesa locale che si allargano alla Chiesa universale» (IL 109).

 

* Darlei Zanon, discepolo paolino brasiliano, è Consigliere generale.

La siguiente convicción el Primer Maestro la repitió en varias formas y en diversos momentos: «Primer y fundamental apostolado: el reclutamiento y la formación de las vocaciones... Cuidar las vocaciones es la tarea de las tareas. El primer apostolado de Jesús fue buscar y entrenar sus continuadores: los apóstoles. Antes de comenzar la predicación, ya se había rodeado de un pequeño grupo de futuros apóstoles. Alrededor de ellos pasó la mejor parte de su vida pública. Las demás obras se llevarán a cumplimiento si existen los trabajadores». (CISP p 561). Opté por esta frase por el hecho que me parece la más indicada para corroborar el tema que elegí para mi colaboración. «»

Jesús fue un formador, no un profesor; fue un maestro, no un instructor. Esto significa, por una parte, que para Jesús, si bien la instrucción era importante, también tenía claro que por sí sola era insuficiente; por otra parte, Jesús no tenía alumnos sino discípulos, que serían los continuadores de su obra evangelizadora. ¿Cuáles son las características que podemos observar en Jesús como formador? En esta colaboración sólo mencionaré una de ellas: tenía un proyecto claro.

Jesús no se autodefinió como «formador». Pero sí podemos atribuirle este título, ya que aparece registrada en los Evangelios una terminología que guarda relación con un amplio campo semántico en el que podemos ubicar una especie de actitud formadora de Jesús; es decir, lo que el Maestro enseñaba y hacía, era útil para y tenía unos efectos precisos sobre la formación. Por ejemplo, podemos hablar de él como formador porque, no sólo es presentado como alguien que enseña, sino que lo hace con autoridad (Mc 1, 2128). Cuando llama a sus discípulos para que sean sus seguidores, lo hace no sólo para que estén con él, sino también para prepararlos y enviarlos a predicar la Buena Noticia. Estos elementos, entre otros, guardan relación con una actitud formadora de Jesús.

Para presentar a Jesús como un formador de evangelizadores no tomo en cuenta las posturas de algunos estudiosos de la Sagrada Escritura que «dividen», a veces tajantemente, al Jesús histórico del Jesús de la fe. No me intereso en ello porque, primero, no es mi campo, y segundo, prefiero acercarme y gozar de la belleza del Evangelio sine glossa, tal como nos lo trasmite el Magisterio de la Iglesia.

Todo buen formador tiene una proyecto claro; sabe lo que da sentido a su ser y quehacer; aplicando esto a Jesús, vemos que estuvo profundamente convencido de que con las palabras que decía y las acciones que realizaba se debía experimentar algo totalmente nuevo. Con Jesús Dios se estaba introduciendo en la historia humana; Jesús era consciente de estar comenzando un tiempo nuevo en el cual aparecía con plena claridad que Dios no quería dejar a los hombres solos en sus dificultades, en sus problemas y en sus esperanzas; tenía claro que Dios quería construir con los hombres y mujeres, una vida más humana, un mundo más ecuánime, más justo, una sociedad más fraterna; Dios quería que la verdadera felicidad llegara a todos los rincones de la tierra, sobre todo a aquellos más maginados de la sociedad. Por eso puedo decir: Jesús, como formador tenía un proyecto claro y a él dedicó todas su vida.

Por esta razón la predicación de Jesús consistía en anunciar la Buena Nueva del Reino de Dios: «El tiempo se ha cumplido y el Reino de Dios está cerca; conviértanse y crean en la Buena Nueva» (Mc 1,15). Estrictamente hablando no se puede definir el Reino de Dios. Pero, los textos evangélicos sí dejan claro que este Reino es la afirmación histórica de la soberanía de Dios, la revelación de su misericordia y de su presencia, que ha de cambiar de raíz la realidad; aquello que se espera para un futuro cercano, pero que ya se está abriendo paso en la historia. Este era y es el proyecto que Jesús tenía claro.

* Don José Salud Paredes, Consigliere generale, è il presidente del Segretariato Internazionale per la Pastorale Vocazionale e la Formazione (S.I.F.)

«Stabilisco che la III Domenica del Tempo Ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio. Questa Domenica della Parola di Dio verrà così a collocarsi in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani. Non si tratta di una mera coincidenza temporale: celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida. Le comunità troveranno il modo per vivere questa Domenica come un giorno solenne» (n. 3).

Così Papa Francesco, con la Lettera Apostolica Aperuit illis, istituisce per tutta la Chiesa la «Domenica della Parola di Dio», fissandola alla III Domenica del Tempo Ordinario (nel 2020 cade il 26 gennaio) e stimolando tutta una serie di iniziative che hanno come scopo quello di ricollocare al centro della vita cristiana, accanto al radicamento nell’Eucarestia, la familiarità con la Scrittura.

Nel documento pontificio ricorrono più volte sostantivi come “familiarità”, “rapporto vitale”, “intimità”, relazione viva”… termini che spingono a scorgere nella Bibbia non solo un libro permeato dal dinamismo vivo dello Spirito, ma anche e soprattutto il volto di quel Padre che ha accompagnato la storia della salvezza facendo sì che la memoria dell’uomo divenisse prima testo scritto e poi carne viva nella persona del Figlio suo Gesù Cristo.

Firmata il 30 settembre, a 1600 anni esatti dalla morte di San Girolamo, la Lettera Apostolica invita a riprendere in mano la Costituzione dogmatica Dei Verbum (tra i frutti più significativi del Concilio Vaticano II) ed esorta le comunità cristiane a dare visibilità alla centralità della Parola. In che modo? Intronizzando la Parola durante la celebrazione, conferendo il ministero del lettorato o un ministero affine a quanti svolgono il servizio dell’annuncio, invitando a celebrare il rito della consegna della Bibbia o di uno dei suoi libri, stimolando a rinnovare la catechesi alla luce della Parola, a vivere con assiduità la lectio divina, a curare le omelie, a creare occasioni di approfondimento e di festa attorno alla Parola, a ritrovare il legame inscindibile tra Scrittura ed Eucarestia… Il tutto con una sottolineatura significativa: «Il giorno dedicato alla Bibbia vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto» (n. 8).

Non mancano nel Motu proprio preoccupazioni pastorali che fanno riflettere. Per esempio, si nota la preoccupazione per una certa trascuratezza dell’Antico Testamento: «L’Antico Testamento non è mai vecchio una volta che è parte del Nuovo, perché tutto è trasformato dall’unico Spirito che lo ispira. L’intero testo sacro possiede una funzione profetica» (n. 12). Similmente, si nota il timore che, nella percezione dei fedeli, la Bibbia rimanga un testo “da esperti”, come se l’accesso ad essa fosse riservato a pochi: «Spesso, si verificano tendenze che cercano di monopolizzare il testo sacro relegandolo ad alcuni circoli o a gruppi prescelti. Non può essere così. La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo» (n. 4). Ancora, si respira la preoccupazione che i credenti smarriscano il carattere ispirato del testo e il significato di tale ispirazione, perdendo quella “lettura nello Spirito” che assicura frutti abbondanti: «Senza il Signore che ci introduce è impossibile comprendere in profondità la Sacra Scrittura, ma è altrettanto vero il contrario: senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo» (n. 1).

Per tutta la Famiglia Paolina l’Aperuit illis è un documento che apre il cuore alla riconoscenza e allo slancio apostolico: vi troviamo la conferma di tante stupende intuizioni del nostro Fondatore come pure stimoli per un rinnovato servizio alla Parola di Dio che, come ricorda Papa Francesco, ha un «carattere performativo», capace di toccare e plasmare la vita concreta di ogni persona.

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

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