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Vie, Jun

La Coppa del Mondo di Calcio, la FIFA World Cup Qatar 2022, ha radunato davanti alle tv qualcosa come 5 miliardi di spettatori. Sono più di 3 milioni i biglietti venduti per assistere alle 64 partite negli stadi costruiti appositamente nel paese del Golfo Persico. Qualche numero per confermare che il seguito di una manifestazione calcistica e anche di altri sport diffusi planetariamente è consistente. L'interesse per il calcio non si limita soltanto al tempo di gioco, tra il fischio d'inzio di una partita e la sua fine. Ora al centro ci sono le équipes nazionali, ma il quotidiano di un appassionato di calcio è concentrato sulla sua squadra del cuore, iscritta in uno dei campionati nazionali e alle competizioni continentali. Per un gran numero di appassionati il legame con la propria squadra, con i suoi calciatori, l'allenatore, i dirigenti e quindi con il calendario delle partite, con le vittorie e le sconfitte è una componente determinante della vita. Andare allo stadio non è semplicemente assistere ad un momento sportivo; si tratta di un vero e proprio rito con tanti aspetti, individuali e collettivi, che lo caratterizzano. Appartenere ad una tifoseria significa liberarsi della propria “maschera” quotidiana – come direbbe il sociologo Erving Goffman – per indossarne un’altra: allo stadio io non sarò più un avvocato, un pompiere, una madre, uno studente... sarò “solo” un tifoso che ha un proprio ruolo, con responsabilità precise nei confronti degli altri, seguendo schemi ben definiti. Non si esagera nel dire che siamo davanti ad una specie di religione, abbracciata da giovani, adulti, anziani, uomini e donne, con modalità espressive condivise e radicate, i suoi colori, i suoi canti, il suo perdurare nel tempo e la sua trasmissione in famiglia, di generazione in generazione. Lo scrittore e regista italiano Pier Paolo Pasolini ha definito il calcio “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”: nella partita di calcio, come nella vita, può succedere di tutto; novanta minuti in cui il tifoso può soffrire, gioire, deprimersi ed entusiasmarsi insieme alla sua squadra.

Perché riflettere su questo tema e quale può essere il legame tra questi spunti e l'apostolato paolino? Anzitutto per capire e forse anche imparare. L'ideale alberioniano di arrivare a tutti, di parlare di tutto cristianamente non può escludere questa parte di umanità e i suoi interessi, che non devono essere banalizzati. Se spesso si constata la difficoltà del passaggio di valori e tradizioni tra genitori e figli, l'appartenenza sportiva invece si mantiene. La passione calcistica che si lega ad aspetti semplici ed emotivi riesce a radicarsi e a continuare nel tempo.

Non mancano i nostri libri che affrontano la realtà dello sport, del calcio, dei tifosi. Le nostre riviste ne hanno sempre trattato diffusamente. La pastorale della Chiesa cerca di avere attenzione e cura su questo mondo. L'Apostolo Paolo, del resto, ha descritto la sua fede come una vera gara, la "buona battaglia", una grande partita che ha voluto, attraverso le sue lettere, affidare a ciascuno di noi. Egli conosceva molto bene il mondo sportivo del suo tempo e nei suoi testi sono frequenti immagini, metafore, idee tratte dalla pratica sportiva del suo tempo.

Personalmente mi confronto ogni giorno con i programmi televisivi che trattano di calcio nel palinsesto di Telenova, l'emittente del Gruppo Editoriale San Paolo che trasmette in Lombardia. Queste trasmissioni sono quelle che incontrano maggiormante l'interesse dei nostri telespettatori. Il mio apostolato deve pensare quindi anche ai tifosi. Occorre allora “stare al gioco”, ma non farlo diventare l'unico oggetto di attenzione, assecondando un'evasione totale dai problemi del mondo con la concentrazione bloccata sulle dispute dello stadio e di tutto quanto vi fa riferimento. Si cerca di parlarne e di discuterne tutti i giorni senza esagerare i toni e di porre accanto a questi momenti più seguiti, che attraggono il pubblico, un'offerta di programmi dove l'informazione sociale e politica, la riflessione umana e cristiana, con il linguaggio proprio del mezzo audiovisivo, arrivino ai nostri interlocutori. Dal calcio e dal tifo si arriva alla nostra missione, al nostro apostolato, che chiede un confronto aperto con tutti fino ad arrivare alle indicazioni per il discernimento nelle scelte che coinvolgono la realtà umana, per annunciare Cristo agli uomini e alle donne del nostro tempo.