05
Vie, Jun

GOVERNO GENERALE

Storia

La solennità di Pentecoste appena celebrata ci ha introdotti, 50 giorni dopo la Pasqua, nel Tempo Ordinario. Per tale occasione papa Francesco ha scritto un’interessante lettera ai sacerdoti della sua Diocesi di Roma, cercando di incoraggiarli e di aiutarli a interpretare secondo lo Spirito questo faticoso tempo della pandemia di coronavirus che, almeno in Italia, sta finalmente allentando la sua morsa, lasciando comunque molti dubbi sulle sue conseguenze nell’immediato futuro. Si tratta di un’interessante lettera del pastore di una diocesi ai suoi immediati collaboratori, che può trovare qualche spunto interessante anche per noi Paolini.

Francesco per prima cosa ammonisce: «Le ore di tribolazione chiamano in causa la nostra capacità di discernimento per scoprire quali sono le tentazioni che minacciano di intrappolarci in un’atmosfera di sconcerto e confusione, per poi farci cadere in un andazzo che impedirà alle nostre comunità di promuovere la vita nuova che il Signore Risorto ci vuole donare». Coerentemente, subito dopo, mette in discussione la tentazione di tornare, a livello pastorale, al “si è sempre fatto così”, a mettere in piedi «attività sostitutive o palliative aspettando che tutto ritorni alla “normalità”», al permanere nella «incapacità di invitare gli altri a sognare e ad elaborare nuove strade e nuovi stili di vita». Insomma, alla stasi. Un rischio concreto anche per noi Paolini.

Dal Vescovo di Roma giunge, invece, l’invito ad avere la stessa speranza che Gesù, apparendo ai discepoli rinchiusi in casa per timore dei Giudei (cfr. Gv 20,19-23), trasmette loro: «Con la sua presenza, il confinamento è diventato fecondo dando vita alla nuova comunità apostolica».

Quali spazi di novità può aprire questo tempo per noi, per la nostra vita personale e comunitaria, per il nostro apostolato? Possiamo azzardare, guardando alla lettera del Vescovo di Roma ma anche al magistero del nostro Superiore generale, due campi strettamente collegati: le relazioni e la missione.

Quanto alle relazioni, papa Francesco richiama quanto lui stesso dice in Gaudete et exultate 76: «La persona che vede le cose come sono realmente, si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore … In tal modo scopre che la vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere l’angoscia altrui, nel dare sollievo agli altri. Questa persona sente che l’altro è carne della sua carne, non teme di avvicinarsi fino a toccare la sua ferita, ha compassione fino a sperimentare che le distanze si annullano». Il Cardinale Špidlík, poco tempo prima di morire, alla domanda su come si immaginava la vita eterna rispose: «La vita eterna sono gli incontri». E i nostri incontri in questo tempo di quarantena sono stati caratterizzati dal rischio del contagio. L’altro, anche il confratello, è diventato, oltre che dono, anche una minaccia. Sempre facciamo questa esperienza: l’altro mi attira ma anche mi frena, mi dà gusto ma anche disgusto. Impariamo ancora una volta da questo tempo così particolare che le relazioni per essere vere devono essere pasquali. Cristo ­– che è relazione pura senza peccato – ci ha mostrato che per vivere relazioni pure (anche e soprattutto tra confratelli) dobbiamo passare il guado pasquale della morte. Il compimento di ogni relazione e la sua fecondità è la morte a se stessi, è la capacità di morire per l’altro. Dall’apostolo così trasfigurato, ci insegna Don Alberione, viene l’apostolato, che altrimenti rischia di essere inquinato da un’ansia di autorealizzazione che alla fine uccide.

Poi la missione. Francesco scrive: «Cari fratelli, in quanto comunità presbiterale siamo chiamati ad annunciare e profetizzare il futuro, come la sentinella che annuncia l’aurora che porta un nuovo giorno (cfr Is 21,11): o sarà qualcosa di nuovo, o sarà di più, molto di più e peggio del solito… La fede ci permette una realistica e creativa immaginazione, capace di abbandonare la logica della ripetizione, della sostituzione o della conservazione». Siamo, forse, come Chiesa a una svolta storica. Possiamo guardare con fiducia ai profeti, che non si fermavano alla ragione e ai calcoli umani ma usavano l’immaginazione per proferire l’oracolo, ricorrevano alle immagini per indicare a Israele vie nuove. Geremia «vede un ramo di mandorlo» (Ger1,11), Daniele vede «quattro  uomini che camminano nel fuoco» (Dn 3,25). Ognuno, allora, può chiedersi. Cosa vedo (immagino) io dentro questo tempo di lockdown? Dove sta conducendo lo Spirito la sua Chiesa in questo tempo forte? Possiamo cercare soluzioni esterne, nei metodi, ecc. Ma questo, pur necessario, non è sufficiente: la differenza la fa il cuore. Noi siamo il nostro cuore, noi siamo ciò che abita il cuore. Non si tratta di creare strutture nuove, ma di avere un cuore nuovo. Prima che di soluzioni nuove abbiamo bisogno di permettere che questo tempo pasquale ci trasformi il cuore. Un cuore nuovo porta una vita (e una missione) nuova.

* Don Stefano Stimamiglio, sacerdote paolino italiano, è il Segretario generale.

Dans livre des Actes des Apôtres Luc, après avoir donné le nom des onze apôtres, continue par ces paroles si chères au cœur des chrétiens : « Tous unanimes, étaient assidus à la prière, avec quelques femmes dont Marie la mère de Jésus, et avec les frères de Jésus » (Ac 1, 14). Il importe d’abord de bien libérer le terrain d’une fausse impression. Comme nous pouvons le remarquer, au Cénacle comme au Calvaire, Marie est mentionnée avec d’autres femmes. On pourrait croire qu’elle est là comme l’une d’entre elles, simplement. Pourtant ici le titre de « mère de Jésus », qui suit son nom, modifie tout et place Marie sur un plan absolument supérieur non seulement de celui des femmes mais encore à celui des apôtres.  Nous comprenons cependant que Marie est Reine des Apôtres parce qu’elle est associée de façon unique à son Fils, tant sur le chemin terrestre, que dans la gloire du ciel. Nombreux aujourd’hui invoquent Marie sous le titre de Reine des Apotres. Don Alberione, fait partie de ceux qui ont placé Marie sous le titre de Reine des Apôtres comme pierre angulaire de la vie de prière et de la spiritualité apostolique de ses fondements. « Ce n'est qu'avec Marie qu'un fondateur peut concevoir et démarrer une institution ; nous avons besoin de cette somme de grâces que seule en elle nous pouvons espérer que ce qui est ardu et impossible  est facile pour Marie » écrit Don Alberione.   

Dans toutes les grandes œuvres de l'Église, dans toutes les magnifiques institutions, dans toutes nos initiatives apostoliques, recherchons la Femme: Marie. Elle ne se trouve pas dans un domaine précis, mais nous donne tout le bien.  Si le monde a quelque chose de bon, monte à la source: c'est Marie,  comme le principe est Dieu. Quiconque veut exercer un apostolat, et ne se tourne pas vers Marie, est comme un oiseau qui prétend voler sans ailes.  Don Alberione nous invite à considérer Jésus-Christ comme l'apôtre et le pontife de toute religion.  Mais à considérer ensemble que chaque apostolat et chaque apôtre, à tout moment et en tout lieu, est né au cœur de Marie, est nourri et cultivé par Marie, travaille sous l'ombre bienfaisante de Marie.  Heureux les fruits du ventre de Marie!  Ils sont précieux, ils sont nombreux, ils sont stables.  Avec Maria tout,  sans Maria rien.  Au début et avant les siècles, Marie existait dans l'esprit de Dieu en tant qu'apôtre;  « Dans la maison sainte, il a exercé son ministère et dans le plan créatif et dans la conception rédemptrice a été pensé et préparé l'apôtre de l'humanité, la mère de l'apôtre et pontife Jésus-Christ, la mère de chaque apôtre;  la lumière, le guide, l'aide de tout apostolat ».  (Marie Reine des apôtres, pp. 259-260).

A en croire Alberione, «Marie nous a donné Jésus: en lui toutes les bonnes choses, tout le bien. Les saints et les cœurs apostoliques ont un apostolat divisé; Marie a tout. C'est l'apôtre universel dans l'espace, le temps, les biens, les individus. Les apostolats et les apôtres opèrent dans leurs propres temps et lieux, Marie donne toujours et tout nous vient par Marie. Telle est sa vocation, sa mission est celle de donner Jésus-Christ au monde. Elle est ordinairement représentée dans l'acte de porter Jésus, non seulement parce qu'être Mère de Dieu est sa gloire, mais surtout pour indiquer ce qu'il a apporté au monde en général et à chaque âme en particulier ».

Marie a donné la grâce au monde en Jésus-Christ, continue de l'offrir au fil des siècles. Médiatrice universelle de la grâce, elle est notre mère. Le monde a besoin de Jésus-Christ par la vérité et la vie. Il le donne à travers les apôtres et les apostolats. Elle les suscite, les forme, les assiste, les couronne de fruits et de gloire au ciel ». Marie Reine des Apôtres est ainsi sans doute médiatrice universelle de toutes les grâce, sans exception. Les deux textes johanniques (Jean 2, 1-5 et 19, 25-27) au début et à la fin de l'épisode de Cana, puis au pied de la Croix, situent de manière claire Marie comme mère et médiatrice universelle de toutes les grâces.

 

* Gillon Makuni è diacono paolino della Regione Congo

 

 

«Non siamo tutti nella stessa barca», questo il titolo del post digitale del mese scorso scritto da uno che ovviamente è in quarantena. Questo articolo ha generato molte e diverse riflessioni. Molto è stato detto sullo slogan ormai inflazionato: «siamo tutti nella stessa barca». Ma è proprio vero o è vero il contrario che «non siamo tutti nella stessa barca»? Mi pare che siamo su barche diverse ma sotto la stessa tempesta. Ecco la composizione della mia flotta composta dalla diversa tipologia di “barche”.

La “barca che è la persona”. «Genti diverse, carezze particolari». La persona essendo unica ha il proprio modo di affrontare e reagire al virus che ci ha portato alla quarantena. L’individualità e l’unicità della persona svolgono un ruolo decisivo. La quarantena potrebbe essere un’occasione per essere “migliori” di ciò che siamo, oppure potrebbe essere il contrario.

La “barca della famiglia”. Mentre lo stato socioeconomico della famiglia sembra preoccupato maggiormente nell’affrontare la quarantena, con le risorse più o meno disponibili, bisogna tener conto che oltre alle necessità di base della vita, ci sono anche quelle emotive e spirituali che influenzano i membri della famiglia. Accenno ad alcuni elementi positivi: membri della famiglia che si avvicinano molto di più, più premurosi e comunicativi tra loro, senza i loro gadget digitali; la preghiera come famiglia o come individuo diventa vitale; le ricreazioni e i giochi vissuti insieme più volte al giorno. In effetti, la famiglia che prega e gioca insieme si ama. A questa particolare “barca della famiglia” si possono aggiungere e riflettere su altre barche più ampie: “barca del quartiere, della nazione, del mondo”.

La “barca delle persone in prima linea”. Molto è stato detto sulle categorie di persone emergenti in questo periodo, in particolare i medici e le infermiere, che vanno in guerra contro un nemico invisibile, senza armi, elmetti, carri armati e auto blindate. Questi nuovi eroi si muovono con fede e coraggio per salvare vite, nonostante la paura di essere contaminati dal virus, indossando DPI (dispositivi di protezione individuale) spesso inadeguati e dando conforto e sostegno morale ai malati che vivono in una dolorosa solitudine. Ringraziamo di cuore e salutiamo questi combattenti — molti dei quali sono già caduti — pregando per loro, sostenendoli anche nei loro bisogni materiali come cibo e riparo. Tra i buoni samaritani, in molti luoghi del mondo, contiamo anche i molti paolini e paoline che, oltre a pregare, hanno contribuito secondo le loro possibilità nel preparare cibo, maschere e scudi per il viso e, forse, dare alcuni alloggi sicuri per soggiornare, per evitare, a questi “santi della porta accanto”, di contaminare le loro rispettive famiglie.

La “barca dell’affiliazione religiosa”. La pandemia è la punizione di Dio? E’ un campanello d’allarme su come dovremmo comportarci con Dio, con le persone e la natura? Coloro che hanno fede si aspettano che i miracoli accadano anche oggi; per gli altri il peggio deve ancora venire. Mi piace quello che ha detto Papa Francesco in quella serata indimenticabile del 27 marzo durante il “Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia”: «“Convertitevi”, “ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del Tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri».

La “barca della politica”. Dalle informazioni mediali e dall’esperienza personale, come possiamo valutare i nostri politici, indipendentemente dalla nazione di appartenenza, indipendentemente se appartengono a paesi meno sviluppati, in via di sviluppo o ben sviluppati? “Chi”, “quali” sono le loro priorità: le persone o la loro carriera; il bene comune o la loro agenda personale? La politica intesa nella sua forma ideale di governo delle persone, impegni le risorse, le conoscenze e le tecnologie disponibili perché possano essere al servizio delle persone e del bene comune, estendendosi persino in tutto il mondo, nello spirito di giustizia e di amore. I beni da condividere devono essere anche una pandemia. Basta pensare a come un virus originato in un luogo isolato potrebbe affliggere il mondo intero!

Le “barche dell’egoismo, del potere e della ricchezza”. Possiamo connettere queste tre alle tentazioni di Gesù. Avendo così tanto tempo durante la quarantena, possiamo cercare su “google” migliori riflessioni e commenti su tali argomenti. Queste tre “barche” riguardano anche tutti noi, a tutti i livelli: personale-individuale, sociale-comunitario, ecclesiale-congregazionale e ambientale-universale.

La “barca della missione paolina”. Oggi tutti, persone e istituzioni, si interessano ai media digitali, in particolare ai social media. Per quanto riguarda la nostra missione specifica, specialmente nell’ambiente digitale, cosa rende i nostri “media” paolini diversi dagli altri? Possa non essere semplicemente pandemica, cioè generica ma contrassegnata dal colore che è di Paolo.

In realtà, noi tutti siamo davvero nella stessa barca, la barca che è la nostra “casa comune”, assediata dalla stessa tempesta. Dobbiamo prenderci cura di essa come la desiderava Dio sin dalla creazione del mondo in modo che diventi molto più pura, tranquilla e vivibile per tutti. Il virus è temporaneo, ma la Misericordia pandemica di Dio per tutti è per sempre.

 

 

Suite à la pandémie du Covid-19, plusieurs pays se sont retrouvés dans des situations extrêmes non habituelles. En peu de temps, le dictionnaire quotidien de l’homme a vite changé et s’est enrichi de nouvelles expressions très en vogue aujourd’hui : Confinement, déconfinement, respirateur, quarantaine, gestes barrières, masque de protection, télétravail, etc. expressions peu usuelles avant cette crise. Deux mois, trois, six... c’est le temps que nous avons passé à la maison depuis le début en janvier dernier de cette pandémie qui compte en son corollaire des milliers des morts. En ce temps de confinement, certaines activités ont valu leur peine : suivre des cours en ligne, passer du temps en famille, faire des devoirs des enfants, prier ensemble, suivre la télévision pour voir les informations et les conseils des médecins, travailler à distance via internet, lire, écrire, apprendre tel ou tel autre programme, à jouer à un instrument de musique… le temps a été au maximum opportun pour se remettre à jour.

En effet, nous sommes témoins de la fragilité et de la transformation rapide du monde pendant cette crise sanitaire mondiale qui néanmoins n’a pas été sans risque sur la vie. Car, alors que de nombreuses écoles, universités, églises, bars, librairies et autres endroits fréquentables sont restés fermés et les populations confinées, le pouvoir de la lecture, mieux du livre nous a permis de combattre l’isolement, de renforcer les liens entre les personnes et d’élargir nos horizons vers un avenir toujours optimiste, en stimulant notre esprit et notre créativité. Ce temps d’épreuve nous a permis de célébrer l’importance de la lecture, d’apprendre bien d’autres nouvelles opportunités, de scruter au plus profond de nous et de ceux que nous aimons le sens vrai et profond de la vie et de l’amour partagé en famille. La lecture demeure un nouvel univers toujours prêt à nous ouvrir de nouvelles opportunités.

Chaque 23 avril se célèbre la Journée Mondiale du Livre et du droit d’auteur. Le thème choisi pour cette année est très significatif : les livres sont des fenêtres sur le monde durant la pandémie de COVID-19. Ainsi, pour être plus que jamais proches des jeunes, d’ailleurs notre priorité, la Revue l’Avenir, a offert à tous ses lecteurs [jeunes] du monde entier, un numéro gratuit pour les aider à savourer au mieux leur temps de confinement et découvrir les suavités de la lecture, et à les partager autour d’eux.  Ce numéro spécial, le 180e, a été mis gratuitement en ligne pour permettre à tous et à chacun d’y avoir accès pour rester branchés aux merveilles de l’univers scientifique, médical, sportif, religieux … bref ; de la vie des jeunes.  

L’évolution de la technologie a été au pic de la réflexion de ce numéro. Car, à l’ère du numérique, le débat crucial entre le livre en support imprimé et celui en format digital est d’actualité. Cependant, tous les points de vue nous portent à l’évidence que peu importe le format [imprimé ou digital], la réalité reste la même. Il convient en ce temps fort, de prêter oreille attentive aux conseils des experts (médicaux surtout en ce moment) pour suivre les instructions et les attitudes à adopter pour faire face à la Covid-19.

Puisque les medias ont leurs exigences, la Revue n’a pas manqué d’ attirer l’attention des jeunes sur l’usage rationnel des réseaux sociaux, sur l’importance du livre imprimé, la valeur de la chasteté, sur le danger éminent de l’usage abusif du téléphone pouvant aboutir à la nomophobie (maladie du smartphone), à la désinformation, à la manipulation, au cyber boulisme, à la cybercriminalité, de plus en plus récurrents dans l’environnement juvénile. La place a été aussi à la pratique de la stylistique, à l’exercice des techniques de  maintenance, au dialogue entre jeunes et la rédaction pour une interaction frétillante et vivace.  

Pour faire court, notre souci majeur est celui de voir grandir dans la dignité, dans le respect des valeurs et principes de la vie, voulue mûre, sérieuse et sereine pour une société responsable. Voilà le combat de la Revue l’Avenir auquel, tous les jeunes du monde sont conviés. Bonne évasion et halte pour vous joindre à nous!

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Fra qualche giorno, il 18 maggio 2020, festeggeremo il Centenario della nascita di Papa San Giovanni Paolo II. Qualche giorno fa invece, il 7 maggio, a Wadowice in Polonia, la città nativa del Papa polacco, è iniziato il processo di canonizzazione dei suoi genitori Karol ed Emilia. Avvenimenti veramente belli, ma bastava poco perché non fossero realtà…

Karol Wojtyła senior e sua moglie Emilia Kaczorowski, abitanti di Wadowice, avevano già un figlio, Edmund, nato nel 1906. La figlia dei Wojtyła - Olga - era morta il 7 luglio 1914, il giorno stesso della nascita. La sua morte era il risultato di complicazioni postnatali. Nell'autunno del 1919, alcuni anni dopo la morte della figlia Olga, Emilia Wojtyła aspettava un altro bambino. Date le complicazioni per la nascita di Olga, questa gravidanza si era rivelata molto rischiosa per la salute della mamma.

Dal dottor Jan Moskała - un noto ginecologo e ostetrico di Wadowice - Emilia aveva ricevuto una diagnosi che sembrava una vera sentenza: non ci sono possibilità per dare alla luce un bambino vivo. E se il bambino nascerà, creerà seri problemi alla madre. Per salvare la propria vita Emilia doveva abortire.

Cosa fare? Emilia in quei giorni viveva di emozioni contrastanti. Aveva un figlio, Edmund di tredici anni, il quale dipendeva della madre. Come farà senza di lei? E suo marito? Lasciarlo solo? E tutti i progetti sognati insieme? Una vita è più importante di un'altra? Emilia era una donna credente e convinta che la vita viene data da Dio ed è dono di Dio. Capiva che se non avesse dato spazio alla vita non poteva ritenersi credente. Quindi la vita per la vita?

Il marito di Emilia conosceva bene un altro ginecologo di Wadowice, Samuel Taub, di origine ebrea. Infatti durante la Prima Guerra Mondiale faceva il suo servizio di medico nell’ospedale militare proprio a Wadowice. Dopo la guerra era rimasto in quella cittadina per il servizio medico alla locale comunità: ebraica e cattolica. Il dottor Taub godeva di buona fama. Karol Wojtyla senior, essendo anche lui ufficiale militare, gli chiese di aiutare sua moglie e di provvedere alla sua salute. E così ha fatto. Il dottor Taub era consapevole che mantenere in vita il bambino concepito poteva finire tragicamente, ma non insisteva sull'aborto. Si è assunto il rischio di accompagnare la gravidanza di Emilia su espressa richiesta di entrambi i coniugi e sotto la loro responsabilità.

Per fortuna - più per forza di volontà che per natura - Emilia Wojtyła è arrivata felicemente fino al nono mese di gravidanza. All’avvicinarsi del giorno del parto, il marito chiama a casa un'ostetrica. Dopodiché prende Edmund e con lui va in chiesa. Infatti, nei momenti importanti della vita si dedicava alla preghiera.

Quel giorno a Wadowice faceva un caldo eccezionale. La temperatura toccava i trenta gradi. Emilia era in salotto. Quando i dolori del parto si fecero sempre più forti, chiese all'ostetrica di aprire le finestre, perché aveva bisogno di più aria. La casa era proprio di fronte alla chiesa parrocchiale a una distanza, cioè, di soli 5 metri. Dunque, nella loro casa si sentiva molto bene quello che avveniva in chiesa. Alle 17.00 iniziarono le Litanie Lauretane. Infatti gli abitanti di Wadowice, ogni maggio, partecipano numerosi alla preghiera mariana. Proprio in quel momento, il 18 maggio 1920, dopo le 17.00, nasce il secondo figlio di Emilia, Karol. La mamma l'ha partorito ascoltando le Litanie Lauretane in onore della Madonna.

Emilia era veramente contenta, convinta che si trattasse di un miracolo, perché lei e il bambino erano vivi. Inoltre, al posto di un bambino magro vedeva un bambino eccezionalmente grande e forte. I genitori del piccolo Karol facevano fatica a credere in quello che era accaduto, perché dal punto di vista umano era impossibile. 58 anni dopo, il 16 ottobre 1978, più o meno alla stessa ora, tre le 17.00 e le 18.00, quel piccolo Karol che non doveva nascere, è diventato Papa Giovanni Paolo II. San Giovanni Paolo II, il Grande…

* Tomasz Lubas è l'Economo generale della Società San Paolo.

 

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