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Sam, Mar

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Ci avviciniamo al mese di marzo, dedicato a San Giuseppe, un santo che vive nel silenzio anche oggi, come lo fu durante la sua vita. Il nostro Fondatore lo teneva in grande considerazione e lo additava come modello per i fratelli Discepoli. Dai tempi del Primo Maestro ad oggi son passati tanti anni e molte riflessioni che egli instancabilmente ci trasmetteva sono ormai un’eco lontana e alcune sono sconosciute alle nuove generazioni di Paolini.

L’evoluzione delle nostre strutture apostoliche sempre più complesse e i ruoli sempre più specializzati hanno ridotto gli spazi apostolici per molti fratelli, a volte carenti di una preparazione intellettuale e professionale, per lasciare il posto al contributo degli impiegati laici. D’altra parte, i giovani che si affacciano alla vita paolina e che vorrebbero orientare la loro scelta vocazionale tra i Discepoli si trovano di fronte al dilemma di una vocazione che sembra non avere un posto chiaro nel quadro delle dinamiche apostoliche della congregazione, poiché il cammino formativo del Discepolo non è del tutto comprensibile nemmeno ai formatori. Inoltre, ci sono Paolini che hanno già fatto un percorso come Discepoli, ma ora si domandano se non sia opportuno passare al presbiterato, che pare offra maggiori motivazioni e spazi apostolici più gratificanti. Ma la domanda vera che dobbiamo porci è: la vocazione del Discepolo si distingue per il “fare” o per l’ ”essere”?

I Discepoli, sul modello di san Giuseppe, sono chiamati a vivere alcune caratteristiche essenziali. Come san Giuseppe, hanno il ruolo di tenere unita la comunità esprimendo la loro fraternità come dono da condividere. La fraternità è fonte di forza per la missione, poiché da essa parte la “gioia del Vangelo” (EG 1). È una missione vissuta in comunione con il sacerdote paolino. Le “specificità” del laico e del sacerdote esprimono una valenza comunitaria d’arricchimento reciproco. Si tratta di anime che vivono in simbiosi, ognuna dando nutrimento all’altra, per produrre insieme frutti di apostolato.

Il ministero della “riparazione” è l’anima del Discepolo. Nel suo impegno quotidiano egli compie l’apostolato paolino, tenendo ben presente che la riparazione è la componente essenziale della sua missione.  Il Discepolo vive la parte meno visibile ma più intima del ministero sacerdotale, l’unione al sacrificio di Gesù. Il Discepolo si unisce a Gesù ostia, come “dono” totale di sé offerto per gli uomini, in sacrificio e riparazione per il male commesso nel mondo della comunicazione. “La Congregazione deve avere in sé i mezzi per la santificazione dei suoi figli e del suo apostolato; ora i Discepoli entrano in questa santificazione dell’apostolato come parte vitale” (Alberione, Festa di S. Giuseppe, Roma, 1937). Così il Fondatore ha voluto i Discepoli, nello spirito dell’Offertorio Paolino (cfr. Libro delle Preghiere Paoline).

Sul modello di san Giuseppe: “Vivere una silenziosità maggiore, quasi un po’ appartati… vivere nel raccoglimento, attendere alle proprie cose, in semplicità, in docilità, e sempre pronti a quello che dispone il Signore…” (Alberione, Meditazione su san Giuseppe, testo inedito). Perciò, donandosi in semplicità, i Discepoli divengono un sostegno indispensabile alla vita paolina. Senza questo spirito, l’apostolato si condanna alla sterilità, a un arido “fare”. E qui entra in gioco un’altra virtù di san Giuseppe: il “provvedere” al bene della comunità e dell’apostolato; cioè, essere sempre attenti alle necessità, alle opportunità, con occhio vigile perché tutto funzioni, sapendo essere sempre disponibili in ogni circostanza. Se vi fossero “anime” disposte a vivere questa vocazione, quale slancio nuovo potrebbe avere la nostra congregazione e l’intera Famiglia Paolina! 


* Luigi Bofelli, discepolo paolino, è consigliere generale.