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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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“L’Istituto nostro è clericale e di vita comune. E di più ha la particolarità che sono legati assieme, per l’unico Apostolato e nel medesimo fine, i Sacerdoti e i Discepoli, formando un’unica classe” (UPS I p. 46-47). Così affermava il Fondatore nel 1960.

Ogni tanto sicuramente si riflette su questa realtà del carisma paolino presente nella Società San Paolo. Ci sono alcuni studi molto interessanti al riguardo. Ma, secondo me, non è arrivata ancora la riflessione definitiva che convinca del tutto, che chiarisca una volta per tutte questa unica identità nella sua duplice espressione, anche per presentare agli altri questa diversità. La scarsa presenza dei Discepoli nella Congregazione, in particolare in alcune circoscrizioni, ne è sicuramente una prova.

E’ vero che in alcuni paesi ha un peso la cultura e la mentalità; ma penso che la ragione principale della scarsità di candidati alla vocazione dei Discepoli, dove ancora ci sono le vocazioni, sia la mancanza di conoscenza e di comprensione di questa vocazione e la scarsa promozione che di essa si fa nelle comunità; in modo che quasi per inerzia si segue l’itinerario del cammino verso il presbiterato.

Non ho nessun dubbio che la Società San Paolo è nata come Congregazione clericale e deve continuare ad esserlo; non solo per i vantaggi giuridici che comporta questa condizione, ma anche perché, da congregazione docente, il sacerdozio garantisce l’autorevolezza e la continuità della missione nella linea degli Apostoli, anche se a volte i laici sono più preparati dei chierici.

Ambedue espressioni sono necessarie e complementari, ma i Discepoli sono “la spina dorsale della Congregazione”. Davanti al popolo di Dio forse sarebbe più difficile “giustificare” la vocazione del Sacerdote che quella del Discepolo.

Tra di noi è abituale parlare di “sacerdoti e discepoli”, e capiamo subito a che cosa vogliamo riferirci. Ma forse di fronte alla gente esterna dovremmo essere più precisi, e parlare di Discepoli del Divin Maestro, per evitare che si possa capire: i sacerdoti e i loro discepoli. Sarebbe un grave impoverimento, perché la dignità più grande dei cristiani è quella di essere discepoli dell’unico Maestro.

E poi, attuare in coerenza. È da anni che io vengo segnalando l’incoerenza che suppone, ad esempio, la discriminazione che si fa tra chierici perpetui e discepoli perpetui, oppure la differenziazione che si fa nella celebrazione dei “giubilei”. Come si può parlare di uguaglianza celebrando la diversità? Ciò che ci fa paolini è la professione, non l’ordinazione: l’ordinazione sacerdotale dentro della Congregazione è una aggiunta che non ci fa né più né meno paolini; è semplicemente l’aggiunta di un ministero di servizio alla Congregazione e a tutta la Famiglia Paolina, che si deve svolgere con coscienza e disponibilità, e con un’ottima preparazione. È una responsabilità che dovremmo tener sempre presente e sentire fortemente tutti i sacerdoti paolini: ne hanno diritto i membri della Famiglia Paolina, e in particolare i fratelli discepoli.

 

Don José Antonio Pérez, sacerdote paolino spagnolo, è membro del Centro Internazionale Spiritualità Paolina

 

Dicevo nella Prima parte delle mie riflessioni:  la fase ecclesiale in cui sono nate le “lettere pastorali” è un momento che possiamo descrivere come fase in cui nelle comunità cominciano a manifestarsi: segni di stanchezza e fenomeni di decadenza, delusioni e frustrazioni, divisioni, deviazioni e abbandoni, adesioni a dottrine erronee e casi di decadimento morale. Siamo molto lontano dall’entusiasmo iniziale. È una fase in cui il tempo passato, i decenni trascorsi dal momento iniziale hanno scavato una distanza con quel momento aurorale che fa sì che la stanchezza e la delusione arrivino a primeggiare sullo sforzo innovativo e creativo del Vangelo.

Mi spiego: è chiaro che i peccati, i conflitti e i cattivi esempi personali e comunitari ci sono sempre stati e non possono essere relegati in una fase specifica della vita di una comunità cristiana, così come di una comunità religiosa, ma qui si tratta di altro.

Si tratta cioè di una fase in cui il “clima” che si respira nella comunità è, in modo predominante, quello della stanchezza, della fatica, della demotivazione e questo incoraggia e fa proliferare atteggiamenti di individualismo, di ricerca di protagonismo personale a spese dell’edificazione comunitaria, di ripiegamento su di sé, di cinismo, di disinteresse per il resto del mondo e della Chiesa. Il Vangelo sembra aver meno presa sul cuore e sulle vite dei credenti sia a livello personale che comunitario.

Questa semplice contestualizzazione del brano della lettera neotestamentaria ci ricorda che anche la comunità, non solo le singole persone, hanno una vita che si snoda attraverso varie tappe, conoscono fasi di sviluppo e di crescita, si comportano come organismi attraverso le tappe della nascita, dello sviluppo, della crescita, della maturità, della decadenza, dell’invecchiamento, e infine della morte. Per chi conduce una vita religiosa è importante saper leggere la fase che la propria comunità religiosa o la propria congregazione sta vivendo.

Paolo l’apostolo consapevole della sua tappa. Ritorniamo al testo della Seconda lettera a Timoteo. La prima cosa che dobbiamo fare è chiederci: chi è il soggetto che sta scrivendo questa esortazione? Non si tratta di interrogarsi sull’autenticità paolina o meno di tale lettera, questa la lasciamo agli studiosi. Si tratta di porre l’accento su colui che compie in prima persona l’esortazione. In questo senso poco importa che si tratti veramente di Paolo o di un suo discepolo che si rifà al suo nome attraverso la pratica comune della pseudo epigrafia. La domanda da porre è: chi può compiere tale esortazione? Chi può dire: “Ravviva il dono di Dio che è in te”? E la risposta è che può farlo solo chi ne ha un’esperienza.

Stando alla lettera, l’autore è Paolo, e Paolo giunto ormai alla seconda fase della sua vita, anzi in prossimità della conclusione della sua vita. Paolo sente vicina la fine, l’approdo della sua navigazione. Egli scrive in 2Tm 4,6-7: “Io sto per essere versato in offerta. È giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ascoltando dunque come Paolo ha ravvivato e custodito la propria fede e cosa implichi la sua esortazione a Timoteo noi possiamo cogliere una serie de elementi che forniscono un contenuto preciso sull’azione di ravvivare il dono di Dio per chi vive l’avventura della fede e, in particolare, della vita religiosa.

* José Salud Paredes, consigliere generale e presidente del SIF

 

Ho avuto la fortuna di essere presente ad una conferenza in cui un “guru” parlava di cibo o meglio, come precisava, della “tavola”. E all’intervento di un cardinale che parlava anche lui della “tavola”. Mi piacerebbe, perciò, condividere con voi alcune sottolineature che ho registrato dalle loro condivisioni.

In molte case, nelle comunità, nei ristoranti e nelle catene di fast-food il cibo non manca mai. Ciò che manca in questi posti sono le “tavole”. Ovviamente, si considera la tavola il posto dove si mette qualcosa da mangiare. Il cibo può essere dato per scontato, perché è una necessità biologica che condividiamo con il mondo animale. Ma la “tavola”, a cui vorrei fare riferimento qui, non dovrebbe mai essere qualcosa di scontato, specialmente nelle case. Il cibo che troviamo sulla “tavola” non è solo ciò che mangiamo ma proprio perché posto sulla tavola rinvia anche al come lo mangiamo insieme. Quando si mangia c’è una grande differenza tra il comportamento animale e quello umano, specialmente a tavola. Più che un oggetto, la “tavola” è l’ambiente, l’atmosfera, il luogo di accoglienza, dove si pone il cibo, dove le persone possono “condividere”, “dialogare”, “scambiare idee”, “ascoltare”, “relazionare”, “raccontare esperienze” che elevano lo spirito e dove “ci si sente veramente a casa”. In questo caso, quando il cibo è condiviso a “tavola”, acquista un valore più ampio, poiché può soddisfare non solo il corpo ma anche lo spirito. Quando la “tavola” è una realtà ben presente nella esperienza umana, il cibo non è solo mangiato, ma diventa condivisione, rafforzando le relazioni, promuovendo la comunicazione per giungere alla comunione, si trasforma nella grazia che conduce alla carità, la quale è fondamentalmente condivisione, gratuità, un dono che viene dall’alto. Questo, infatti, è il motivo perché a tavola rendiamo “grazie” prima e dopo i pasti.

La “tavola” è assente quando, per esempio, nonostante l’abbondanza del cibo, quelli che mangiano orientano tutta la loro attenzione verso la televisore presente nella sala da pranzo, o quando coloro che sono seduti a tavola non guardano il volto di coloro che sono difronte, ma sono perennemente incollati ai propri cellulari. Peggiore è la situazione nella quale uno vuol “parlare” alla persona che si trova dall’altro lato della tavola e le invia un sms o un’emoji (anche se, anche questi sono validi se sono usati correttamente). Il cibo, quindi, senza la “tavola” diventa disumanizzante. Osserviamo come vengono nutriti gli animali. Ad ognuno viene dato un posto e un recipiente in cui mangiare, altrimenti, se tutti mangiassero nello stesso piattino ci sarebbe una lotta continua per il cibo. Tra noi dovrebbe essere diverso: dovremmo sederci, dialogare e mangiare insieme!

Quando a “tavola” si condivide il cibo, questa si trasforma in una “cattedra” presso la quale si imparano gli elementi basilari della saggezza della vita, come la buona educazione, il vivere in armonia specialmente tra i membri della famiglia e altre persone (quando ci sono ospiti a tavola), approfondimento della religione, valorizzazione della cultura, ecc. Naturalmente, più la “tavola” è ampia per le dimensioni e per l’atmosfera, maggiore sarà la condivisione!

Ora siamo invitati a radunarci attorno alla più grande di tutte le Tavole: la Tavola del Preziosissimo Corpo e Sangue del Signore. La “tavola” dell’Ultima Cena diventa ora il “magistero” che comprende tutti gli altri insegnamenti. L’amore è una Persona spezzata e condivisa per la “vita del mondo” e perché “sia donata in abbondanza”. Il “magistero” dell’amore, il più grande comandamento, è stato appunto insegnato mentre Gesù e i suoi discepoli erano a tavola. L’amore è il segno con cui le persone ci riconosceranno come suoi discepoli: «Se vi amerete gli uni gli altri». Il Signore era a tavola quando ci ha dato la sua stessa persona, totalmente e interamente, nella sua umanità e divinità, condivisa tra “amici”, non tra “schiavi”, affinché la nostra “gioia sia piena”. Questa è la sua “offerta” amorevole per la vita di tutti: “prendete e mangiate”, “prendete e bevete”, cioè spezzate il “pane quotidiano”, così come preghiamo nel Padre nostro. L’amore genera condivisione e sostiene la comunione. Il “cibo degli angeli” diventa veramente fonte di vita, “vita piena”, “vita eterna”. Tutto ciò si avvera grazie alla Tavola dell’Eucaristia!

Vorrei che quando il cibo scarseggia, la “tavola” possa diventare più grande. Quando la “tavola” è vuota, prego affinché le persone di buona volontà vi mettano del cibo perché tutti possano vivere.

“Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Ga 6,14).

San Paolo Apostolo sulla propria carne ha potuto sperimentare la forza della croce di Cristo e su sé stesso ha sentito i frutti redentivi della passione di Gesù Cristo. Ha capito che non c’è la salvezza fuori di Cristo, come non c’è Cristo senza la croce. Non può dunque esserci il cristiano che non sia iscritto nella croce di Cristo, come non si può abbandonare la croce di Cristo nella vita dell’uomo. Paolo, dunque, ha costruito la sua vita su questo segno salvifico e di esso ha fatto il centro della sua testimonianza apostolica e della sua predicazione missionaria.

La Croce di San Paolo, che vuole rappresentare in toto il carisma della Famiglia Paolina, è un opera nuova e originale, riproposta nel pieno rispetto dei canoni dell’arte iconografica bizantina. Su questi canoni ha vigilato Hanna Dąbrowska-Certa, iconografo di Varsavia (Polonia), rinomata artista e realizzatrice di quest’opera pittorica. L'ideatore del progetto e l'autore dell'intera composizione della Croce è sottoscritto.

L’icona della Croce è volutamente un opera teologica, che trasmette la ricchezza dei contenuti spirituali tramite i colori, le forme e la composizione delle scene.

Il Crocifisso

La figura centrale dell’icona e il Gesù Cristo esteso sulla croce. Il suo corpo e pieno di armonia, dignità e bellezza che rappresentano la maestà del Cristo Crocifisso e Glorioso. È la croce gloriosa, che rivela la verità dei frutti della redenzione, che non si ferma soltanto sulla passione del Salvatore ma sospinge lo spettatore verso l’incontro con il Risorto.  Nell’aureole attorno alla testa di Gesù sono iscritte le tre lettere “V” i quali significano le parole latine “Via, Veritas, Vita”.

I testimoni della crocifissione

Ai margini del palo orizzontale si trovano le immagini di Maria e del amato discepolo di Gesù. I loro sguardi si incrociano e si congiungono in Gesù, figura centrale dell’icona. Su loro volti non si nota la sofferenza, ma, guardandosi, stendono le mani uno verso l’altro nel gesto di reciproca accoglienza in sintonia con la volontà di Gesù: «Donna, ecco il tuo figlio!», «Ecco la tua madre!» (Gv 19, 26.27).

Incarnazione, Maria “il Segno”

Sul vertice della croce troviamo l’icona di Maria, l’Orante, con le mani elevati nel gesto di preghiera. La semi-sfera celeste rappresenta Dio Padre. Lo Spirito Santo discende sotto la forma della colomba e compie l’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno di Maria Vergine. Il mistero dell’Incarnazione è, dunque, la rivelazione della Santissima Trinità. La congiunzione della figura di Maria con metà della figura di Cristo dimostra realisticamente la generazione del Figlio di Dio, Gesù Cristo, raffigurato come ragazzo. L’età adolescenziale di Gesù vuole sottolineare che il volto di Dio è sempre giovane e insieme pienamente adulto e saggio, come lo è il Logos (Verbo). Lui è il Verbo Incarnato, il sommo e l’unico Maestro.

Pentecoste

Alla base della croce si trova l’icona della Pentecoste, cioè l’ultimo avvenimento pasquale, che porta al compimento l’opera della redenzione del mondo. La composizione, fatta sulla base di cerchio, simboleggia la comunità, l’unita e la pienezza della Chiesa nascente. Attorno a Maria, in cerchio, siedano i dodici Apostoli. Più vicini di Maria ci sono san Pietro e san Paolo, anche se non poteva essere presente in questo momento. Però la tradizione icono­gra­fica al posto di Mattia, scelto come sostituto di Giuda, mette la figura di san Paolo. Con san Pietro l’Apostolo delle Genti è pilastro e protettore della Chiesa.

In basso a questa icona c’è un semicerchio nero, che simboleggia gli uomini che si trovano nelle tenebre del peccato e non conoscono la verità dell’amore di Dio rivelata nella persona di Gesù Cristo. Essi sono i destinatari della redenzione compiuta da Gesù, affidati all’attività missionaria della Chiesa.

La storia di San Paolo

In sei quadri attaccati al palo verticale della croce, tre in ogni lato, e stata descritta la storia della vita e l’opera dell’Apostolo delle Genti. La figura centrale del Cristo Crocifisso e Risorto è il nucleo unificante e portante il dinamismo a tutta la storia di San Paolo e l’icona intera.

  1. La conversione e la vocazione di Saulo
  2. L’incontro di San Pietro e San Paolo
  3. L’Apostolo e il Maestro delle Genti
  4. Lo scrittore ispirato
  5. Il martirio di San Paolo
  6. La fondazione della Famiglia Paolina

L’ultima icona della serie ci mostra San Paolo che dall’altezza del cielo offre a Giacomo Alberione inginocchiato l’atto della fondazione di Famiglia Paolina. San Paolo glorioso parte la Famiglia Paolina. Il rotolo significa anche la parola di Dio, che San Paolo predicava fra le nazioni. Dandolo al Beato Giacomo Alberione e alla Famiglia Paolina, gliene annuncia l’ordine di continuare la sua missione nel mondo. La Famiglia Paolina è nata come “il San Paolo oggi vivente”. Sull’icona si trovano i testimoni della fondazione di Famiglia Paolina: Tecla Merlo, Timoteo Giaccardo, Francesco Chiesa, Andrea Borello, Scolastica Rivata e Maggiorino Vigolungo. Sull’icona troviamo anche l’albero, simbolo di tutta la Famiglia Paolina.

L’icona della Croce di San Paolo, è “l’emittente” del comunicato, del messaggio, che tramite la varie forme, colori e simboli comunica una realtà soprannaturale, spirituale ed apostolica. In questo caso la realtà soprannaturale è la profondità del carisma della Famiglia Paolina, il dono di Dio per il mondo contemporaneo.

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Bogusław Zeman, sacerdote paolino polacco, è il Direttore del Centro Internazionale Spiritualità Paolina

Si è da poco concluso a Roma il primo incontro del nuovo Consiglio del Centro Biblico San Paolo (17-19 giugno 2019) che ha ripercorso l’ultimo triennio e si è proposto di focalizzare il servizio alla Parola suggerito dall’oggi della storia, della Chiesa e della Famiglia Paolina.

Al di là delle iniziative specifiche, l’attenzione si è a lungo soffermata sui responsabili locali del Centro Biblico chiamati, in ogni Circoscrizione, ad accogliere il dono della Parola, a sperimentarne la forza, per poi animare con essa tutto il nostro apostolato. Qui sta il vero “snodo” del nostro servizio: lasciare che la Parola diventi protagonista, tessendo comunione tra noi e suscitando quella creatività apostolica che non ci vede annunciatori solitari del Vangelo, ma “comunità di apostoli” che, in diverse parti del mondo, nel cuore delle culture più variegate, vivono e testimoniano Colui che è Via, Verità e Vita.

Su questo sfondo, tre ci sembrano i passi vitali da affidare ai singoli responsabili locali.

  • Mettere la Parola al centro, lasciando che essa inneschi quella passione e quello slancio che trasuda da ogni scritto dell’apostolo Paolo. Nell’udienza dello scorso 29 maggio, Papa Francesco ha sottolineato che «la Parola di Dio corre, è dinamica, irriga ogni terreno su cui cade». Quando annunciamo il Vangelo, «la parola umana diventa efficace non grazie alla retorica, che è l’arte del bel parlare, ma grazie allo Spirito Santo, che è la dýnamisdi Dio, la dinamica di Dio, la sua forza, che ha il potere di purificare la parola, di renderla apportatrice di vita». Solo «quando lo Spirito visita la parola umana essa diventa dinamica, come “dinamite”, capace cioè di accendere i cuori e di far saltare schemi, resistenze e muri di divisione, aprendo vie nuove e dilatando i confini del popolo di Dio».
  • Condividere di più a partire dalla Parola: idee, iniziative, suggerimenti, pareri, proposte… tenendo presenti le cinque aree (editoriale, formativa, pastorale, spirituale ed ecclesiale) che siamo chiamati a coordinare, secondo il progetto congregazionale per l’animazione biblica di tutta la pastorale. Condividiamo troppo poco, e questo rischia non solo di impoverire il nostro servizio apostolico ma anche di isolarci gli uni gli altri, impedendo di arricchirci vicendevolmente e di respirare a pieni polmoni, in un orizzonte più ampio e luminoso rispetto a quello della sola nostra Circoscrizione.
  • Creare maggiori occasioni di incontro per stimolare e verificare il nostro servizio. A tale scopo abbiamo previsto per l’inizio del 2020 un secondo incontro internazionale di tutti i responsabili locali e presto ne comunicheremo la data e il luogo. Non solo. Abbiamo anche previsto un calendario orientativo di visita alle Circoscrizioni in modo da rendere più semplice e diretto quanto enunciato sopra: in ognuna di esse il coordinatore a livello internazionale sarà accompagnato da uno dei suoi tre consiglieri. Altre occasioni di scambio possono essere gli incontri dei gruppi linguistici o eventuali visite in Italia dove c’è la sede operativa del Centro Biblico internazionale.

Mentre raccomandiamo ai Direttori Generali, con i quali i responsabili locali collaborano strettamente, una particolare attenzione al Centro Biblico San Paolo, chiediamo a questi ultimi di ravvivare il proprio impegno, preparandosi a rispondere con slancio a quanto la Chiesa e la Famiglia Paolina ci chiederà. Ci attende un triennio intenso e ricco di opportunità. L’apostolo Paolo sia per noi tutti modello di zelo apostolico e di coinvolgimento appassionato… «perché la Parola del Signore corra e sia glorificata» (cf 2Tess 3,1).

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

 

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