Governo Generale

 
 
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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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Storia

Siamo giunti al termine del 2018. Immersi nella routine di tutti i giorni, spesso non ci accorgiamo del tempo che passa. Abbiamo la sensazione che nella nostra vita accadano solo cose ripetitive. Tuttavia, sono sicuro che lungo il corso di questo anno sono successe molte cose buone che hanno riempito la tua vita di significato. Tanti compleanni, giubilei, professioni, ordinazioni, feste, persone che hai conosciuto o rincontrato. Ad ogni modo, se facciamo uno sforzo di memoria, ricorderemo sicuramente molti momenti forti e felici.

La medesima cosa vale per la liturgia e l’esperienza di fede. Lungo l’anno liturgico, a volte abbiamo la sensazione di vivere come una routine, una ripetizione di riti e formule. Molte persone dicono di non andare in chiesa perché è qualcosa di monotono o “noioso”. Una cosa è certa, se la messa o la preghiera è triste o fastidiosa, qualcosa non va... sia nella celebrazione o nella vita personale. Se non riesco a trovare un significato nella liturgia, probabilmente non sono in grado di vivere pienamente la sua ricchezza, non riesco a interpretarne i simboli, non arrivo a penetrare la sua bellezza. A volte è bene fermarci per riflettere se stiamo vivendo la nostra fede in modo serio e profondo.

Questo è qualcosa che accade spesso, ma che non può durare per sempre. La fede è dinamica perché è piena di vita. L’incontro con Cristo non può lasciarci indifferenti. Ci provoca, ci riempie di energia. Arrivare alla fine dell’anno liturgico e iniziare un nuovo ciclo dovrebbe farci uscire dalla routine, progettare qualcosa di nuovo, darci nuove motivazioni. Questo è ciò che è implicito nell’intenzione di preghiera di papa Francesco per il mese di dicembre. Quando chiede di pregare «perché le persone impegnate nel servizio della trasmissione della fede trovino un linguaggio adatto all’oggi, nel dialogo con le culture», sta dicendo che i cristiani devono cercare costantemente nuovi modi di vivere, di trasmettere la loro fede e la grande verità che ricevono dal Vangelo, capace di riempie la loro vita di gioia.

Questa intenzione del Papa riflette un bisogno urgente, specialmente nella missione paolina. Siamo in mezzo a una rivoluzione epocale, provocata dalle tecnologie e dai linguaggi digitali. Stiamo assistendo alla nascita di una nuova generazione, caratterizzata da molti “nativi digitali”. L’ultimo Sinodo dei Vescovi sui giovani ha riflettuto a lungo su questo tema e in particolare sul nuovo linguaggio usato da questa generazione (cfr. Documento finale, nn. 21-24.52.133.145-146). I bambini, adolescenti e giovani usano una nuova “grammatica”, che è quella della comunicazione digitale. Vivono in un nuovo ecosistema, un nuovo “ambiente”. Ecco perché è dovere della Chiesa di cambiare il linguaggio per parlare la lingua appropriata al presente e così poter trasmettere a questa generazione la bellezza della fede e della liturgia.

Cambiare il linguaggio non significa cambiare il contenuto, sia chiaro. Gli Apostoli prima, i Padri della Chiesa in seguito e molti altri dopo, come i missionari nel periodo delle grandi scoperte, hanno tradotto il messaggio evangelico nelle nuove culture utilizzando nuovi simboli, nuove parole e nuove formulazioni per la trasmissione del contenuto che è per sempre. Lo stesso deve essere fatto da ognuno di noi oggi nell’ambiente e nella cultura della comunicazione digitale.

Questa inculturazione nel nuovo ambiente socio-comunicativo è possibile solo attraverso il dialogo e l’incontro. In tanti documenti e dichiarazioni il Papa insiste sul tema della cultura dell’incontro, perché questo è l’unico modo per annunciare Cristo nel mondo odierno. Il dialogo ci fa uscire da noi stessi, della nostra auto-referenzialità, e ci apre all’ascolto delle esigenze del prossimo (e del lontano, cioè di coloro che vivono nelle periferie, insiste il Papa). È con questa sfida e con questa motivazione che iniziamo un nuovo anno liturgico, grazie all’Avvento. Durante questa preparazione per un nuovo Natale, ognuno di noi possa riflettere su come contribuire per annunciare Cristo in maniera nuova e rinnovata, con un nuovo linguaggio, in modo vivace e dinamico, come merita il Vangelo.

Buon Avvento a tutti!

 

* Fr. Darlei Zanon, Consigliere generale.

La solennità di Cristo Re dell’Universo e l’Avvento, il cui inizio ci apprestiamo a vivere la prossima domenica, ci collocano liturgicamente in una situazione di “passaggio”, di scavallamento di una frontiera. Un vecchio anno finisce e un nuovo anno comincia.

Le letture di questi giorni interpellano la nostra coscienza a vedere tutte le cose a partire dalla loro fine, e non dal loro inizio. È la luce della fine che illumina il presente, potremmo dire. Il clima liturgico apocalittico – di tutto che va a compiersi nella sua fine – ci interroga sulle tante frontiere che ciascuno di noi passa nella sua vita, le tante fasi, le diverse età della vita, i confini fisici e spirituali che, consci o inconsci, ogni giorno siamo chiamati a scavallare. «La frontiera è la scuola dell’attesa», ricorda Mons. José Tolentino Calaça de Mendonça, poeta e scrittore portoghese recentemente nominato archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, in una bella intervista comparsa nel libro “Sconfinare” della giornalista Donatella Ferrario. Il suo attendere da bambino il ritorno di suo padre pescatore sulla spiaggia dell’isola di Madeira si accompagnava all’attesa di qualcosa di sconosciuto, di ignoto, di un forestiero che gli avrebbe aperto, sono parole sue, «un senso al frammento che noi siamo». Un completamento. Una coscienza di essere parte e non totalità, di dovere essere completati, compiuti da un altro (e da un Altro, per chi crede).

L’esperienza umana dell’attesa diventa, dunque, nella prospettiva cristiana dell’Avvento dell’Emmanuele, paradigma del “laboratorio spirituale” (sono sempre parole di Tolentino) che noi siamo per intima costituzione: esseri che compiono la propria vita in un continuo scavallare di confini che ci trascendono. Confini che ci aprono a incontri, a esperienze nuove, a trasformazioni vitali. La stessa vocazione, ricorda il poeta portoghese, non arriva con delle certezze, ma piuttosto con delle domande, che aprono all’attesa. È una “saudade do futuro”, una “nostalgia del futuro”, che caratterizza l’uomo in generale e in modo del tutto particolare il religioso, che ha affidato la sua vita a un Altro, che lo chiama sempre ad “andare oltre”, a “scavallare”.

Questo lo sentiamo molto vero per noi, Paolini di oggi, che con la memoria ben piantata nelle radice profonde e feconde del nostro Padre Alberione, siamo chiamati a scavallare, insieme, le frontiere del “si è fatto sempre così” per aprirci all’evento di novità che ci aspetta dietro le fragili barriere delle nostre paure.

Buon Avvento a tutti.

La mestizia di novembre c’invita a pensare e suffragare i morti. Il cielo è nuvoloso, gli alberi spogliati e la terra ricoperta delle loro foglie. Freddo e melanconico, il vento soffia attraverso queste rovine. Niente sorride; tutto sembra piangere. La Chiesa sceglie questo momento per farci ricordare e pregare per i nostri defunti. Essa infatti fin dal principio pregò per i suoi figli trapassati: cantava salmi, recitava preghiere, offriva la Santa Messa per riposo delle loro anime ma anche per impegnare i fedeli viventi a compiere con la maggiore cura e fervore il grande dovere della preghiera per i morti, ordinato dalla cristiana carità.

Anche il nostro Fondatore Beato Giacomo Alberione ci invita a non dimenticarci di loro, specialmente delle anime del Purgatorio. Oltre alla Coroncina alle anime del Purgatorio che lui stesso ha voluto inserire tra le devozioni settimanali della Famiglia Paolina, don Alberione ha scritto un libro espressamente dedicato a questo tema. Esso si intitola “Per i nostri cari defunti”, considerazioni e pratiche per il mese dei defunti. In esso il Fondatore ci invita: “L’amicizia, la giustizia, l’interesse ci obbligano dunque a pregare per le anime del Purgatorio. Diamo loro largamente; grandi sono i loro bisogni, e noi siamo tanto potenti per suffragarle, mentre esse sono incapaci di farlo. Noi abbiamo dei tesori fra le mani, e basta aprire queste per effondere quelli. Oh, sì, preghiamo molto per le anime del Purgatorio! Ogni preghiera, soprattutto se è arricchita d’indulgenze, ogni buona opera fatta per esse diminuisce l’intensità dei loro dolori, abbrevia la durata delle loro pene, anticipando la loro liberazione”.

«Tutto ciò che si offre a Dio per carità ai morti, si cambia in merito per noi, e dopo morte ne ritroviamo il centuplo», dice S. Ambrogio nel suo libro degli Offici. Si può dire che il sentimento della Chiesa, dei suoi Dottori e dei suoi Santi, può esprimersi con questa sola frase: Quanto fate per i morti lo fate nel modo più eccellente per voi stessi. La ragione ne è che questa opera di misericordia vi sarà resa al centuplo, nel giorno in cui voi stessi sarete nel bisogno.

Il Santo Curato d’Ars diceva ad un Ecclesiastico che lo consultava: «Oh, se si sapesse quanto grande è il potere delle buone anime del Purgatorio sul Cuore di Dio! e se bene si conoscessero tutte le grazie che per loro intercessione possiamo ottenere, non sarebbero tanto dimenticate! Bisogna per esse pregar molto, onde esse molto preghino per noi!».

La beneficenza verso i defunti è contraccambiata e ricompensata da ogni sorta di grazie, la cui sorgente è la riconoscenza delle anime e quella di Gesù Cristo, che considera come fatto a se stesso il bene che si fa alle anime. Sembra dunque importante e “salutare” non dimenticare che la carità ai defunti è utile anche ai vivi.

 

* Tomasz Lubas è l'Economo generale della Società San Paolo.

 

Padre Alberione foi um líder religioso extraordinário. Curioso e audaz, porém comedido e discreto. Um líder não apenas eficaz, mas espiritual e profético. Isto significa que sua gestão não se regulava somente pela eficiência profissional, mas, sobretudo, pela disciplina interior e o sentido de pertença à humanidade. Como homem da comunicação, padre Alberione soube tirar proveito das grandes invenções humanas, mas nunca se deslumbrou ou deixou-se iludir pelas tecnologias. Ele soube interpretar os acontecimentos de sua época, mas sem se deixar escravizar por nada. Aliás, se a sua liderança fosse pautada apenas por esforços humanos, certamente, os frutos não seriam tão abundantes.

Desde as origens da Família Paulina, o padre Alberione exerceu um forte poder de liderança sobre seus primeiros jovens seguidores, preparando-os para encarar os desafios do caminho e depois se tornarem os novos protagonistas do legado de Jesus e do Apóstolo Paulo. Sua primeira preocupação, disse certa vez o Pe. Domenico Spoletini, era inculcar nos jovens valores profundos e convicções bem arraigadas. “Desse modo, podia contar com gente de personalidade forte e decidida”.

Imbuído de uma indomável fortaleza interior, Alberione sempre foi um homem de decisão, mas isso não significa que ignorava os valores e talentos de sua “equipe”. Muito pelo contrário. Gostava de observar as aptidões individuais, para confiar a cada um conforme suas potencialidades. Não importava se era um padre, um discípulo ou uma irmã... Alberione sabia extrair o melhor de cada pessoa. Porque era um líder cheio de compaixão.

Para Sgarbossa e Vagnoni, no livro “Alberione, el rostro de un líder”, o padre Alberione “atuava com coerência e audácia, porque possuía todas as características do líder: profundo conhecimento dos homens e das situações, perfeito equilíbrio entre pensamento e vida, coragem para afrontar os riscos e critério para valorizar as pessoas. Mas, antes de tudo, tinha aquele toque carismático próprio dos chefes natos, que contagia a quantos dele se aproximam; uma forte pedagogia, enfim, que sabia influenciar os primeiros seguidores nos futuros projetos de Deus, dando-lhes a máxima confiança. Deste modo, a juventude respondia com generosidade e criatividade”.

Nas palavras de Spoletini, o “primeiro-mestre” era um homem de grande visão e de pouquíssimas palavras, profundamente convencido das decisões tomadas, quando devia atuar. “Além disso, tinha grande capacidade criativa, de modo que, quando se propunha a uma meta, num passe de mágica floresciam as obras. Com efeito, padre Alberione tinha todas as qualidades de um líder”.

No âmbito empresarial, a palavra liderança está relacionada à comunicação, competência e eficácia de um profissional. Liderar significa, em síntese, desempenhar bem determinado papel ou função. No sentido alberioniano, por assim dizer, liderança significa mais que isso. Significa caminhar junto apesar dos gostos e diferenças, sofrer junto e partilhar o peso da cruz, diariamente, em sinal de amor ao apostolado e ao seguimento de Jesus. Obviamente, essa não é uma tarefa fácil. Faz parte da livre entrega de todos os dias.

Como bom conhecedor da personalidade humana e dos desafios da evangelização no mundo moderno, padre Alberione sabia que, sem uma boa dose de vida interior, ousadia e coragem, ninguém cria comunicação e ninguém se faz líder. Por isso, ele insistia tanto na formação dos jovens comunicadores: “um jovem formado será um futuro líder que arrastará os fracos, os indecisos; dominará sobre as diferentes opiniões e ambientes e será capaz de alcançar, com perseverança, seu próprio ideal de vida”.

A arte de liderar exige uma mente sempre inovadora e um coração sempre desperto à criatividade do Espírito. Era esse estilo de liderança – fundamentado na reflexão (e mais ainda na oração) – que o fundador da Família Paulina tentava incutir no coração de seus seguidores e seguidoras.

Os superiores, disse certa vez Alberione, “devem ensinar a refletir, a guiar-se segundo os princípios; procurem formar pessoas dóceis, mas sem deixá-las no infantilismo”, pois “se alguém não sabe dirigir bem a própria casa, como poderá dirigir bem a Igreja de Deus?” (1Tm 3,5).

Com efeito, num estilo de liderança onde não haja espaço para o diálogo e a “sinergia apostólica”, aí prevalecem a tirania e a indiferença. A “liderança paulina” flui na medida de nossa interioridade. Aliás, foi graças a essa experiência interior que o padre Alberione exerceu, por pura misericórdia, a liderança da fraqueza e da humildade, e não do poder e do domínio. Nesse sentido, podemos até ser bons comunicadores e líderes altamente eficazes, mas, se nos faltar aquela dose necessária de piedade e moção do Espírito, a nossa própria vocação será estéril.

 

*Francisco Galvão é junior da Província Brasil.

 

A máxima de Karl Rahner, segundo a qual “o cristão do futuro, ou será místico ou não será cristão”, continua valendo para os nossos dias. Aliás, nada mais urgente em uma sociedade tão marcada pelo barulho, a pressa, a angústia e o profundo desejo de reconhecimento.

O padre Tiago Alberione percebeu, desde cedo, a necessidade e a urgência de se cultivar uma vida espiritual profunda e elevada. Ele sabia, contudo, que para alcançar essa proeza, eram necessárias pelo menos três atitudes: dedicar tempo à oração, aprender a lidar com o sofrimento nutrir convicções claras.

Quanto tempo dedicamos à oração?Ninguém se torna místico sem disciplina interior. O padre Alberione estava convicto disso. Para ele, mais importante que realizar grandes projetos é colocar Deus em primeiro lugar. Neste sentido, se a oração não antecede o apostolado, toda a comunicação torna-se vazia e superficial. Afinal, pode alguém comunicar Deus aos outros quando não recorre à sua intimidade?

A mística de Alberione, por assim dizer, é marcada pela cotidianidade e tem raízes na compaixão pela dor do mundo. Por isso, ele diz: “Pela fé vemos todos como pessoas, às quais somos devedores da verdade, da edificação e da oração. Pela fé vemos como Jesus Cristo amou a todos, com preferência aos mais necessitados, aos pecadores, aos que sofrem”.

Como lidamos com o sofrimento? O primeiro passo para se criar intimidade com o Mestre é reconhecer a própria finitude. Em outras palavras, aquele que reconhece suas fragilidades, limites e “insuficiência” diante de Deus está apto a percorrer o caminho vida espiritual. No dizer do próprio padre Alberione, “saber sofrer é verdadeira arte, aliás, a arte mais importante da vida. É preciso aprendê-la e praticá-la”. 

A pequenez e a humildade abrem-nos as portas para a vida mística e capacitam-nos para lidar com os sofrimentos e contrariedades da vida. Assim, Alberione reconhece que, “é missão reservada a pessoas selecionadas manifestar, até mesmo no sofrimento, um cristianismo e uma vida segundo Deus, como fonte de alegria”.

Somos protagonistas de nossas escolhas?Em mundo marcado pela efemeridade e as muitas opções de vida precisamos estar cientes de nossas próprias convicções e, inclusive, do caminho que desejamos trilhar. Esta, no entanto, nunca foi uma tarefa fácil. Além da oração incessante e da escuta interior, a busca exige constância e discernimento. 

Alberione desejava comunicadores audazes para sua missão. Para tanto, sempre os alertava para os riscos de ‘ser mais um’ no fluxo da multidão: “É necessário orientar a todos para agir à luz da consciência, por convicção, na presença de Deus. É necessário formar pessoas de personalidade forte e decidida, fundada sobre convicções profundas e capazes de concretizar essas convicções”. 

O exemplo do fundador da Família Paulina nos leva a crer que, quanto maior a nossa intimidade com o Pai, maior a capacidade de lidar com a dor e o sofrimento. Quanto mais profícua a nossa espiritualidade, mais sólidas e profundas serão as nossas convicções diante da vida.

 

*Francisco Galvão é junior da Província Brasil.

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