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Governo Generale

 
 
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DON VALDIR JOSE DE CASTRO
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Il Governo Generale (2015-2021)
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Ultime Notizie - Governo Generale

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La pandemia causata dal coronavirus sta cambiando il mondo proprio davanti ai nostri occhi. E anche se in questa situazione nascono nuove e meravigliose iniziative, al medesimo tempo queste opportunità non sono pienamente valorizzate, mostrando, così, tutto l’influsso del Covid-19 sulla nostra vita.

Tuttavia, nei tempi difficili della pandemia non manca la presenza di Dio: era ed è sempre presente tra il suo popolo. Lui è fonte di conforto e forza che ci aiuta a perseverare in questo tempo; grazie a lui guardiamo il futuro con speranza. Il suo dono per noi è anche san Paolo che veneriamo come nostro padre e fondatore. In che modo l'Apostolo delle genti è presente in mezzo a noi in questo momento? Per me, un chiaro segno di questa presenza di san Paolo, specialmente in situazioni difficili, è la statua dell'Apostolo presente nella Basilica romana a lui dedicata.

La cappella del Santissimo Sacramento si trova sul lato sinistro del transetto della Basilica. Qui, sopra il tabernacolo è appesa una croce medievale probabilmente di Pietro Cavallini. Il tempo ha privato al Crocifisso le mani, ma nonostante ciò Gesù, imperterrito, continua a compiere la sua missione di Salvatore e ripete con maggiore insistenza: «Venite da me, tutti voi che soffrite dolorosamente nella vita. Vi capisco bene... Io vi ristoro...».

Sul lato destro del presbiterio della medesima cappella, proprio dietro la balaustra, c'è una scultura di san Paolo. Molte persone non le prestano attenzione perché è difficile dire che è un capolavoro. Questa statua è lontana dallo splendore che ci hanno abituati le Basiliche romane: è completamente senza mani, con chiare tracce di fuoco e la parte inferiore tagliata, tanto da somigliare ad un tronco d'albero... Questo Paolo è molto simile all'amato Maestro profetizzato da Isaia: «Non aveva figura né splendore per attirare i nostri sguardi, né prestanza, sì da poterlo apprezzare» (Is 53,2).

Questa statua dell'Apostolo sopravvisse al fuoco scoppiato nella notte del 15 luglio 1823. Il fuoco ha distrutto gran parte dell’edificio... Dopo la ricostruzione, questa statua lignea fu collocata nella cappella del Santissimo Sacramento, sotto la croce distrutta. Qui, san Paolo adora Gesù e testimonia la sua somiglianza al Maestro: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo (…) Difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,14.17).

Questo Paolo distrutto, sfigurato, privo di mani, sporcato dal fumo... mi è vicino. Questo è un apostolo che indossa le stigmate del tempo, ha sperimentato molte difficolta... La vita non lo ha risparmiato... Lui è stato consumato... I segni sul suo corpo sono il prezzo che ha pagato senza esitazione e senza lamenti... Alla sua presenza, ogni persona stanca e ferita dal destino viene accolta e compresa.

Ecco un predicatore credibile che, anche se rovinato dal fuoco, grida più forte: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui» (Fil 3,8-9).

Questo è san Paolo in tempo di pandemia che ci insegna a perdere tutto a motivo di Cristo: è senza mani ma continua a creare opere di bene secondo Dio, con le gambe tagliate ma inarrestabili, con una faccia sporca per il fumo ma con occhi aperti alla ricerca di nuovi orizzonti missionari. Nulla è finito... Non si lamenta, non si pente di ciò che ha perso, non si scoraggia...

Questo san Paolo si è letteralmente bruciato per far nascere in noi il desiderio di bruciarci per Cristo, in una missione sempre attuale, con o senza pandemia, anche in un tempo nel quale sperimentiamo le dolorose conseguenze del coronavirus.

 

 

 

 

Ci stiamo preparando a celebrare l’Anno Biblico della Famiglia Paolina (il terzo, dopo quello del 1960-1961, voluto dal Fondatore, e quello del 1991-1992, promosso dai Superiori Generali delle nostre Congregazioni). L’Anno Biblico che apriremo il 26 novembre ha, tuttavia, alcune peculiarità che lo rendono, almeno in parte, anche un “Centenario” di eventi di primo piano che è bene non lasciarci sfuggire.

Il 15 settembre 1920 papa Benedetto XV, promotore dell’Opera nazionale per la Buona Stampa,  prumulga l’Enciclica Spiritus Paraclitus, ponendo al cuore della Buona Stampa la diffusione e la lettura del Nuovo Testamento: «Per quanto sta in Noi, Venerabili Fratelli, non cesseremo mai, sull’esempio di Girolamo, di esortare tutti i cristiani a leggere quotidianamente e intensamente soprattutto i santissimi Vangeli di nostro Signore, nonché gli Atti degli Apostoli e le Epistole, in modo da mutarli in sostanza vitale e sangue».

L’esortazione del Papa viene subito accolta dall’Alberione. Diversi anni dopo (nel 1962), in una sua lettera, don Alberione fa del 1920-1921 la data sorgiva del suo intenso servizio alla Parola: «La diffusione della Buona Stampa fu la cooperazione che ebbe maggiore attuazione, specialmente poi per la diffusione del Vangelo, di cui già nel 1920-1923 si editavano centinaia di migliaia di copie». Cosa confermata da una meditazione del 1960 alle Pie Discepole del Divin Maestro in cui radica l’Anno Biblico del 1960-1961 nello spirito delle origini: «Nel 1920-1922 scrivevo nella Vita Pastorale e nel Cooperatore: “In ogni famiglia ci sia il Crocifisso, ci sia il quadro della Madonna e ci sia il Vangelo”. Adesso diciamo, con passo avanti: “In ogni famiglia: il Crocifisso, il quadro della Madonna e la Bibbia intera”. Che sia ben onorata e che sia letta e che venga messa in pratica: cioè gli insegnamenti che sono dati vengano ricevuti, accolti».

Pochi mesi dopo, nell’aprile del 1921, il Primo Maestro sottolinea: «Vi è una cosa particolare cui è bene porre molta considerazione: più di tutto la Casa è per la diffusione del Vangelo, è una missione moderna; come una Chiesa di dove devesi far risplendere la luce della verità». Ed è proprio questo l’anno in cui sembra iniziare la “produzione propria”: «La prima nostra iniziativa biblica è stata compiuta nel 1921 quando abbiamo stampato la prima traduzione del Salmi con la traduzione nuova. Questo allora era un passo notevole: prima non vi era nulla di simile. Poi abbiamo promosso la stampa di centinaia di migliaia di Vangeli» (il testo è tratto da una meditazione alle FSP del 1961). Un servizio reso possibile anche grazie al coinvolgimento di generosi Cooperatori: «Nel 1921 ci fu un nostro Cooperatore di Cortemilia (Cuneo) che si offerse a far stampare le prime 100.000 copie di Vangeli a sue spese. Fu incaricato un nostro sacerdote, che attualmente è Provinciale della Spagna, a curare la diffusione di detto Vangelo nelle varie diocesi e parrocchie, servendosi, a tale scopo, di gruppi di cooperatori volenterosi e zelanti. L’iniziativa trovò consenzienti molti vescovi e numerosissimi parroci, che costituirono dei depositi di Vangeli che poi facevano distribuire tra i parrocchiani» (lettera del 17 marzo 1962).

Ma c’è un altro evento, di fondamentale importanza, che si accosta agli inizi del nostro apostolato biblico: il trasloco definitivo, tra il mese di luglio e quello di agosto del 1921 da Via Vernazza all’attuale Casa Madre in Alba. Secondo l’accurata introduzione al Donec formetur Christus in vobis, curata da don Antonio F. Da Silva, sarebbe questo il periodo della famosa “grazia di conferma” a cui dobbiamo le tre frasi scritte in tutte le nostre cappelle. Il Primo Maestro presenta l’ingresso a Casa Madre in un testo intitolato L’Opera di Dio: «La Scuola Tipografica di Alba venne aperta sette anni or sono nell’agosto del 1914. Questo è stato tutto un periodo di preparazione, di apprendi saggio, un tirocinio… Ora si deve incominciare dunque. Perciò la Casa prende il suo vero nome “Pia Società S. Paolo”, lasciando poco a poco quello della preparazione, perciò sono costituite le sue sezioni maschile e femminile» (UCBS, 15 luglio 1921, p. 8).

I passi sono maturi perché la Pia Società San Paolo, il 5 ottobre 1921, venga ufficialmente costituita, con la professione dei voti dei primi paolini e l’inaugurazione solenne della Casa. È lo stesso vescovo di Alba, mons. Re, ad accogliere la professione dei voti dei 14 alunni più “anziani” e a benedire i nuovi locali. Don Alberione parla di una «visibile protezione del Signore; da Lui voluta, da Lui guidata, da Lui portata, …[la Casa raccoglie] quattordici persone del ramo maschile, otto del ramo femminile che si sono consacrate all’apostolato della buona stampa». E nella Casa regna una convinzione: «I tempi apostolici rivivono!».

A 100 anni di distanza, l’Anno Biblico ci invita ad attingere a questa “sorgente”, portandoci al cuore del nostro servizio alla Parola perché ancora… i tempi apostolici rivivano!

 

*Giacomo Perego, sacerdote paolino italiano, è il Coordinatore internazionale del Centro Biblico San Paolo.

La solennità di Pentecoste appena celebrata ci ha introdotti, 50 giorni dopo la Pasqua, nel Tempo Ordinario. Per tale occasione papa Francesco ha scritto un’interessante lettera ai sacerdoti della sua Diocesi di Roma, cercando di incoraggiarli e di aiutarli a interpretare secondo lo Spirito questo faticoso tempo della pandemia di coronavirus che, almeno in Italia, sta finalmente allentando la sua morsa, lasciando comunque molti dubbi sulle sue conseguenze nell’immediato futuro. Si tratta di un’interessante lettera del pastore di una diocesi ai suoi immediati collaboratori, che può trovare qualche spunto interessante anche per noi Paolini.

Francesco per prima cosa ammonisce: «Le ore di tribolazione chiamano in causa la nostra capacità di discernimento per scoprire quali sono le tentazioni che minacciano di intrappolarci in un’atmosfera di sconcerto e confusione, per poi farci cadere in un andazzo che impedirà alle nostre comunità di promuovere la vita nuova che il Signore Risorto ci vuole donare». Coerentemente, subito dopo, mette in discussione la tentazione di tornare, a livello pastorale, al “si è sempre fatto così”, a mettere in piedi «attività sostitutive o palliative aspettando che tutto ritorni alla “normalità”», al permanere nella «incapacità di invitare gli altri a sognare e ad elaborare nuove strade e nuovi stili di vita». Insomma, alla stasi. Un rischio concreto anche per noi Paolini.

Dal Vescovo di Roma giunge, invece, l’invito ad avere la stessa speranza che Gesù, apparendo ai discepoli rinchiusi in casa per timore dei Giudei (cfr. Gv 20,19-23), trasmette loro: «Con la sua presenza, il confinamento è diventato fecondo dando vita alla nuova comunità apostolica».

Quali spazi di novità può aprire questo tempo per noi, per la nostra vita personale e comunitaria, per il nostro apostolato? Possiamo azzardare, guardando alla lettera del Vescovo di Roma ma anche al magistero del nostro Superiore generale, due campi strettamente collegati: le relazioni e la missione.

Quanto alle relazioni, papa Francesco richiama quanto lui stesso dice in Gaudete et exultate 76: «La persona che vede le cose come sono realmente, si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore … In tal modo scopre che la vita ha senso nel soccorrere un altro nel suo dolore, nel comprendere l’angoscia altrui, nel dare sollievo agli altri. Questa persona sente che l’altro è carne della sua carne, non teme di avvicinarsi fino a toccare la sua ferita, ha compassione fino a sperimentare che le distanze si annullano». Il Cardinale Špidlík, poco tempo prima di morire, alla domanda su come si immaginava la vita eterna rispose: «La vita eterna sono gli incontri». E i nostri incontri in questo tempo di quarantena sono stati caratterizzati dal rischio del contagio. L’altro, anche il confratello, è diventato, oltre che dono, anche una minaccia. Sempre facciamo questa esperienza: l’altro mi attira ma anche mi frena, mi dà gusto ma anche disgusto. Impariamo ancora una volta da questo tempo così particolare che le relazioni per essere vere devono essere pasquali. Cristo ­– che è relazione pura senza peccato – ci ha mostrato che per vivere relazioni pure (anche e soprattutto tra confratelli) dobbiamo passare il guado pasquale della morte. Il compimento di ogni relazione e la sua fecondità è la morte a se stessi, è la capacità di morire per l’altro. Dall’apostolo così trasfigurato, ci insegna Don Alberione, viene l’apostolato, che altrimenti rischia di essere inquinato da un’ansia di autorealizzazione che alla fine uccide.

Poi la missione. Francesco scrive: «Cari fratelli, in quanto comunità presbiterale siamo chiamati ad annunciare e profetizzare il futuro, come la sentinella che annuncia l’aurora che porta un nuovo giorno (cfr Is 21,11): o sarà qualcosa di nuovo, o sarà di più, molto di più e peggio del solito… La fede ci permette una realistica e creativa immaginazione, capace di abbandonare la logica della ripetizione, della sostituzione o della conservazione». Siamo, forse, come Chiesa a una svolta storica. Possiamo guardare con fiducia ai profeti, che non si fermavano alla ragione e ai calcoli umani ma usavano l’immaginazione per proferire l’oracolo, ricorrevano alle immagini per indicare a Israele vie nuove. Geremia «vede un ramo di mandorlo» (Ger1,11), Daniele vede «quattro  uomini che camminano nel fuoco» (Dn 3,25). Ognuno, allora, può chiedersi. Cosa vedo (immagino) io dentro questo tempo di lockdown? Dove sta conducendo lo Spirito la sua Chiesa in questo tempo forte? Possiamo cercare soluzioni esterne, nei metodi, ecc. Ma questo, pur necessario, non è sufficiente: la differenza la fa il cuore. Noi siamo il nostro cuore, noi siamo ciò che abita il cuore. Non si tratta di creare strutture nuove, ma di avere un cuore nuovo. Prima che di soluzioni nuove abbiamo bisogno di permettere che questo tempo pasquale ci trasformi il cuore. Un cuore nuovo porta una vita (e una missione) nuova.

* Don Stefano Stimamiglio, sacerdote paolino italiano, è il Segretario generale.

Sappiamo quale importanza ebbe per il Fondatore l’organizzazione e come la pose a servizio della sua opera apostolica. Sappiamo anche che la considerò un mezzo necessario per l’opera paolina in vista del raggiungimento del suo fine apostolico: la salvezza di tutti gli uomini. Di più, mise accoratamente in guardia i suoi figli e figlie spirituali dal rischio, sempre presente, di scambiare il mezzo con il fine, smarrendo in tal modo la propria identità carismatica.

Ci fu però un momento della nostra storia, in cui l’“organizzazione” diventò il centro della riflessione e la sua attuazione sembrò quasi coincidere con l’obiettivo stesso della Congregazione. Questa eccessiva polarizzazione occasionò grandi mali: infatti, come già accennato, l’organizzazione è un mezzo importante, ma pur sempre un mezzo; il fine è e sarà sempre l’evangelizzazione. Alcuni Capitoli generali hanno trattato ampiamente e nel giusto modo questo argomento, ma poi il fatto di concentrare tutti gli sforzi sull’organizzazione portò a dimenticare in certa misura il fine principale; e purtroppo ne hanno fatto le spese i tanti fratelli messi da parte.

Oggi, con l’avvento dell’informatica e della digitalizzazione, si corre il pericolo di andare all’estremo opposto. Se prima si organizzava bene l’apostolato raggiungendo grandi risultati, in alcuni casi anche straordinari, soprattutto nel campo della stampa e del cinema, adesso questa preoccupazione organizzativa è lasciata un po’ da parte. Il che nella pratica può essere problematico, come dirò più sotto.

Siamo nell’era digitale e constatiamo che, in buona parte, l’era della carta è superata. Abbiamo il dovere di adeguare il nostro apostolato ai tempi, come voleva il Fondatore, di cercare strade nuove per la missione, con i nuovi mezzi che muovono il mondo. Non è facile, soprattutto per chi non è nato o cresciuto nella civiltà digitale; l’età media dei membri della Congregazione ci dice questo… Si può dire che abbiamo perso il treno.

Tuttavia nel digitale qualcosa si muove: non mancano riflessioni al riguardo e molti dei nostri giovani sono dentro il mondo digitale; portano avanti piccole iniziative nella linea di quello che dovrebbe essere l’apostolato paolino oggi. Un esempio è il sito iPaul, iniziato e curato dai giovani del noviziato internazionale, insieme a tante iniziative che giovani paolini di alcune circoscrizioni portano avanti con la migliore volontà.

Il problema, secondo me, è che si tratta di tentativi isolati, in genere frutto di creatività e impegno individuale. Mancano cioè di una organizzazione, di una direzione che unisca e orienti le forze verso obiettivi di evangelizzazione ben pensati e inseriti nell’organigramma del nostro apostolato. Come fu, a suo tempo, per l’editoria di libri e riviste o per l’area cinematografica. Tante volte questi tentativi vengono considerati quasi semplici hobby, perché sono fuori dell’organizzazione apostolica.

Di conseguenza, l’apostolato perde efficacia e la situazione di precarietà può provocare qualcosa di più grave: la perdita di senso apostolico da parte di coloro che fanno questi tentativi, fino al punto di arrivare all’assurda conclusione di dover abbandonare la Congregazione per poter realizzare queste opere apostoliche, perché si sentono di un altro pianeta…

È necessaria, pertanto, una pianificazione che coinvolga tutti i fratelli che operano nel mondo digitale e che, a partire dalle Linee proposte dal Governo generale, sviluppi nelle circoscrizioni dei progetti concreti di evangelizzazione che vadano al di là del semplice “essere presenti” nella rete; che unisca le forze per raggiungere frutti apostolici efficaci e al tempo stesso porti i fratelli a sentirsi non degli estranei, senza prospettive e senza orizzonti concreti, ma parte di un piano di evangelizzazione che risponde alle sfide del nostro apostolato.

Dal canto loro, i giovani non devono aspettarsi frutti immediati; questi sono nelle mani del Signore, che sa come, dove e quando essi verranno. Devono invece imparare e allenarsi in quella virtù tanto difficile quanto necessaria, cristiana e paolina, che è la gratuità.

 

* Don José Antonio Perez è membro del Centro di Spiritualità Paolina

 

Dans livre des Actes des Apôtres Luc, après avoir donné le nom des onze apôtres, continue par ces paroles si chères au cœur des chrétiens : « Tous unanimes, étaient assidus à la prière, avec quelques femmes dont Marie la mère de Jésus, et avec les frères de Jésus » (Ac 1, 14). Il importe d’abord de bien libérer le terrain d’une fausse impression. Comme nous pouvons le remarquer, au Cénacle comme au Calvaire, Marie est mentionnée avec d’autres femmes. On pourrait croire qu’elle est là comme l’une d’entre elles, simplement. Pourtant ici le titre de « mère de Jésus », qui suit son nom, modifie tout et place Marie sur un plan absolument supérieur non seulement de celui des femmes mais encore à celui des apôtres.  Nous comprenons cependant que Marie est Reine des Apôtres parce qu’elle est associée de façon unique à son Fils, tant sur le chemin terrestre, que dans la gloire du ciel. Nombreux aujourd’hui invoquent Marie sous le titre de Reine des Apotres. Don Alberione, fait partie de ceux qui ont placé Marie sous le titre de Reine des Apôtres comme pierre angulaire de la vie de prière et de la spiritualité apostolique de ses fondements. « Ce n'est qu'avec Marie qu'un fondateur peut concevoir et démarrer une institution ; nous avons besoin de cette somme de grâces que seule en elle nous pouvons espérer que ce qui est ardu et impossible  est facile pour Marie » écrit Don Alberione.   

Dans toutes les grandes œuvres de l'Église, dans toutes les magnifiques institutions, dans toutes nos initiatives apostoliques, recherchons la Femme: Marie. Elle ne se trouve pas dans un domaine précis, mais nous donne tout le bien.  Si le monde a quelque chose de bon, monte à la source: c'est Marie,  comme le principe est Dieu. Quiconque veut exercer un apostolat, et ne se tourne pas vers Marie, est comme un oiseau qui prétend voler sans ailes.  Don Alberione nous invite à considérer Jésus-Christ comme l'apôtre et le pontife de toute religion.  Mais à considérer ensemble que chaque apostolat et chaque apôtre, à tout moment et en tout lieu, est né au cœur de Marie, est nourri et cultivé par Marie, travaille sous l'ombre bienfaisante de Marie.  Heureux les fruits du ventre de Marie!  Ils sont précieux, ils sont nombreux, ils sont stables.  Avec Maria tout,  sans Maria rien.  Au début et avant les siècles, Marie existait dans l'esprit de Dieu en tant qu'apôtre;  « Dans la maison sainte, il a exercé son ministère et dans le plan créatif et dans la conception rédemptrice a été pensé et préparé l'apôtre de l'humanité, la mère de l'apôtre et pontife Jésus-Christ, la mère de chaque apôtre;  la lumière, le guide, l'aide de tout apostolat ».  (Marie Reine des apôtres, pp. 259-260).

A en croire Alberione, «Marie nous a donné Jésus: en lui toutes les bonnes choses, tout le bien. Les saints et les cœurs apostoliques ont un apostolat divisé; Marie a tout. C'est l'apôtre universel dans l'espace, le temps, les biens, les individus. Les apostolats et les apôtres opèrent dans leurs propres temps et lieux, Marie donne toujours et tout nous vient par Marie. Telle est sa vocation, sa mission est celle de donner Jésus-Christ au monde. Elle est ordinairement représentée dans l'acte de porter Jésus, non seulement parce qu'être Mère de Dieu est sa gloire, mais surtout pour indiquer ce qu'il a apporté au monde en général et à chaque âme en particulier ».

Marie a donné la grâce au monde en Jésus-Christ, continue de l'offrir au fil des siècles. Médiatrice universelle de la grâce, elle est notre mère. Le monde a besoin de Jésus-Christ par la vérité et la vie. Il le donne à travers les apôtres et les apostolats. Elle les suscite, les forme, les assiste, les couronne de fruits et de gloire au ciel ». Marie Reine des Apôtres est ainsi sans doute médiatrice universelle de toutes les grâce, sans exception. Les deux textes johanniques (Jean 2, 1-5 et 19, 25-27) au début et à la fin de l'épisode de Cana, puis au pied de la Croix, situent de manière claire Marie comme mère et médiatrice universelle de toutes les grâces.

 

* Gillon Makuni è diacono paolino della Regione Congo

 

 

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