12
Ven, Ago

Typography

Articolo apparso su Gazzetta d'Alba


A partire da questo numero, offriamo ai lettori una preziosa serie di documenti. Si tratta delle relazioni tenute da tre grandi esperti, nel convegno del 26-28 novembre per commemorare i 50 anni dalla morte del beato don Giacomo Alberione, nell’ambito di “Alba capitale della cultura d’impresa 2021”. Quest’anno, esattamente il 3 giugno, Gazzetta d’Alba compie 140 anni di vita e il suo successo è strettamente legato all’attività apostolica di don Giacomo Alberione, che nel 1913 l’acquistò dalla diocesi e la rilanciò, facendola crescere fino a diventare il settimanale di riferimento di un intero territorio. Ma è anche grazie a Gazzetta che l’Alberione ha percepito lo scoccare dell’ora per avviare la sua grande opera apostolica l’anno successivo, nel 1914, fondando la Società San Paolo. A questa relazione del professor Gianfranco Maggi, nei prossimi numeri, faremo seguire quelle dello storico Andrea Riccardi e dell’economista Stefano Zamagni.   

 

 

Prima di entrare nel vivo del tema, può essere utile ripercorrere per sommi capi la lunga vita di Giacomo Alberione. Nato nel 1884 in una cascina della frazione San Lorenzo di Fossano, come quinto figlio di una tradizionale famiglia di contadini, seguì il loro spostamento a Montecapriolo di Cherasco. Manifestò molto precocemente l’intenzione di diventare prete, e frequentò prima il Seminario di Bra e poi quello di Alba, dove fu ordinato nel giugno 1907. Laureato in teologia e molto stimato dal vescovo monsignor Re, fu nominato direttore spirituale dei seminaristi albesi. Al seguito del suo maestro canonico Francesco Chiesa, cominciò a impegnarsi nell’Unione popolare (come si chiamava allora l’Azione cattolica) e a occuparsi della “buona stampa”. 

 

Agli inizi dell’opera c’è Gazzetta d’Alba

Nel 1913, acquisì dalla diocesi la proprietà del settimanale Gazzetta di Alba, allora sull’orlo del dissesto per debiti. Nel 1914, diede vita alla Scuola tipografica, embrione di quella che in breve divenne la Società San Paolo. Molto velocemente la sua creatura espanse la propria attività, attirando un numero sempre crescente di seguaci, sia maschi che femmine. Dovendo superare la diffidenza delle Congregazioni romane, e anche di una buona parte del clero diocesano albese, don Alberione lottò a lungo per ottenere il riconoscimento ecclesiastico della sua fondazione. Questa intanto nel 1925 aveva aperto una sua sede anche a Roma, editando una miriade di bollettini parrocchiali, periodici di devozione, libri.

La Società San Paolo – cui si affiancavano i rami femminili delle Figlie di San Paolo e poi, dal 1924, delle Pie discepole e dal 1938 delle Suore pastorelle – nel volgere di pochi anni giunse a contare un numero altissimo di membri, e ad Alba si era dotata di una sede imponente, per ospitare centinaia di ragazzi e giovani oltre che gli ambienti necessari al lavoro di composizione, stampa e spedizione della sua produzione tipografica. Dall’inizio degli anni ‘30, don Alberione prese a inviare suoi sacerdoti in vari Paesi, europei ed extraeuropei, per imitare là quel che si era fatto ad Alba. Ovunque quindi venivano aperte tipografie e librerie. Successivamente, in Italia si avviò una produzione cinematografica e all’estero vennero anche impiantate le prime stazioni radiofoniche.

Il prestigio del fondatore cresceva senza soste, apprezzato e lodato anche dai pontefici. In occasione del concilio ecumenico Vaticano II, venne annoverato nel ristretto gruppo di superiori religiosi invitati a partecipare. Morì a Roma (ove si era stabilito fin dal 1936) il 26 novembre del 1971.

A quel momento le congregazioni da lui fondate comprendevano in complesso oltre 5.200 persone, donne e uomini. Non impiegate al servizio di un’azienda, ma volontarie che avevano consapevolmente deciso di consacrare la propria vita a una missione che il Signore loro indicava attraverso don Giacomo Alberione. Venne proclamato beato nel 2003.

 

Una grande impresa dove c’era il deserto

Il “lascito” di Giacomo Alberione era un’imponente opera di “apostolato della buona stampa”. Aveva così realizzato la sua idea, maturata fin dai primissimi anni del secolo, di fare del giornalismo “il braccio destro e l’arma della Chiesa” contro la nefasta influenza della stampa laica anticlericale che rischiava di “corrompere” le masse cattoliche. La convinzione di aver avuto da Dio una missione speciale e ben determinata, da compiere personalmente, scrive il suo biografo, «era radicata nel fondo del suo animo come un dogma di fede».

Ma indubbiamente, esaminato da un diverso punto di vista, aveva anche creato una impresa coi fiocchi, con i suoi stabilimenti, le sue redazioni, la sua rete distributiva e la sua capillare propaganda. Aveva quindi costruito da zero, a partire da Alba, una grande industria, che si collocava tra le maggiori in Italia nel settore editoriale. Tuttavia nessuna prospettiva diversa da quella apostolica impegnava la sua mente e il suo cuore. È significativo che nelle sue opere (tante, ma costituite nella massima parte da raccolte di articoletti occasionali e, soprattutto da trascrizioni di sue prediche) non compaia mai il tema dell’attività industriale o commerciale, neppure nel suo Catechismo sociale. Elementi di sociologia cristiana. Le uniche volte che vi accenna è solo per respingere l’idea di volerla imitare.

Giacomo Alberione era stato comunque, indubbiamente, un imprenditore. E, cosa ancor più significativa, lo era stato in un contesto quale quello dell’Alba di inizio secolo XX. Quella che oggi qui si celebra come “capitale della cultura d’impresa” era al contrario un autentico “deserto d’impresa”.

A parte alcune ditte vinicole già allora rinomate ma di dimensioni tutto sommato minuscole, l’unica vera “fabbrica” era la filanda allora De Fernex, che nella sua epoca migliore aveva occupato, nel momento della trattura, alcune centinaia di operaie, ma che era ormai sulla via di un inesorabile declino. C’erano poi tre fornaci per la produzione di laterizi e un mulino, al Mussotto, che era stato molto importante ma che era pur esso in fase di decadenza. Le statistiche dell’epoca parlano poi di una fabbrichetta di chiodi, e di varie attività artigianali di minimo rilievo.

In questo panorama -che ci raffigura una città che affidava la sua, ben scarsa, prosperità al commercio dei generi prodotti da una agricoltura a sua volta stentata, oberata da una massa di lavoratori che, per vivere, erano costretti a una gigantesca emigrazione, -le opere realizzate da quel pretino, cagionevole ma testardo, avevano del miracoloso. Partendo nel 1914 da una tipografia di dimensioni ridottissime condotta da una manodopera piena di buona volontà ma senza alcuna specializzazione, nel giro di pochi anni, rincorrendo le occasioni che la crisi bellica e postbellica offriva, aveva acquistato nuove macchine e ingrandito l’attività produttiva, contando su un numero di seguaci che cresceva impetuosamente, ansiosi di porre tutte le proprie (scarse) risorse al servizio di un ideale apostolico che li infiammava.

Per parecchi anni, l’opera di don Alberione, pur avendo una dimensione ragguardevole e un patrimonio di tutto rispetto, non ebbe nemmeno una natura giuridica ben definita.

A un certo punto, però, nel 1923, anche per esorcizzare il timore di qualche legge “eversiva”, la Società San Paolo venne costituita come anonima per azioni, il cui capitale sociale di 1.700.000 lire dopo quattro anni era cresciuto a 4 milioni. In seguito, sempre in attesa di un riconoscimento ecclesiastico, venne trasformata in pia opera civilmente riconosciuta.

 

Contribuì allo sviluppo di due quartieri in città

Già nel 1920, la creatura di Alberione, che nelle relazioni annuali segnalava una gestione economica attiva, non trovava più in città gli spazi che potessero ospitarla ed era stata costretta a rifiutare, per mancanza di locali, circa ottanta domande di ammissione. E allora decise di campese 'nt i prà, acquistando la vasta estensione di terreno in parte acquitrinoso che stava tra la circonvallazione, la ferrovia e il torrente Cherasca. Quella stessa area dove oggi siamo riuniti.

E vi costruì la prima “casa”: un fabbricato di tre piani di metri 31,80 per 12,20. Non era ancora finita la costruzione che, a fine 1921, chiese il permesso di prolungarla di altri trenta metri.

Allora i giovani della Società paolina erano circa ottanta; un anno dopo erano diventati 172, e la nuova casa già era abbondantemente insufficiente per dar loro una ospitalità per quanto assolutamente spartana e gli spazi per lavorare. E mancavano anche locali per il magazzinaggio delle merci che servivano per la produzione e degli stampati che dovevano essere distribuiti.

Così a fine 1922 partì verso il Comune una nuova richiesta di edificare una costruzione di sessanta metri di lunghezza, uguale a quella realizzata fino ad allora, lasciando tra le due lo spazio per ospitare in futuro una chiesa.

Era una vera frenesia edificatoria (il “mal della pietra”, come qualcuno lo chiamava) che portò Alberione a realizzare il grande complesso che si affaccia sull’attuale piazza San Paolo. Grazie all’indefesso lavoro dei suoi “ragazzi” e di tanti generosi cooperatori, aveva anche rialzato il terreno, prima scavato per fornire materia prima alle fornaci albesi, al livello necessario per farne la grande spianata dell’attuale piazza. Intorno a essa nasceva così un nuovo quartiere cittadino.

Ma un altro contributo altrettanto significativo Alberione aveva già dato in precedenza allo sviluppo urbanistico di Alba. Nel 1914, proprio nelle fasi aurorali della sua creatura, nella ricerca di una collocazione adatta a ospitarla, aveva acquistato, in zona allora ben distante dall’estrema periferia, la villa di Moncaretto assieme a circa 7 ettari di terreni, che giungevano fino alla strada per Barolo.

I suoi disegni erano molto chiari: lì avrebbe costruito (e iniziò subito a farlo) una chiesa, il Divin Maestro di oggi. Così si sarebbe accresciuto il valore dei terreni circostanti, in modo che fosse possibile, a non lunga scadenza, rivenderli, conservando solo la fascia accanto all’edificio sacro. Ne avrebbe ricavato quanto serviva ad ammortizzare il debito contratto di 80mila lire e a terminare la costruzione della chiesa.

Una “pia speculazione”, come ebbe a definirla il vescovo monsignor Re, quando ne fu informato. Che diede una spinta poderosa alla forte espansione della città nel primo Dopoguerra lungo la direttrice di quello che sarà chiamato corso Piave.  

 

Il ruolo assegnato ai tanti cooperatori

Il frenetico attivismo di Alberione, nell’asfittico ambiente albese, suscitava reazioni contrapposte. C’erano, soprattutto nelle campagne della diocesi, oltre cinquecento fedeli (uomini e donne) entusiasti di una impresa apostolica nuova e disposti a “cooperarvi” in ogni maniera: con donazioni di denaro e di generi alimentari, ma anche con preziosissime prestazioni di lavoro, specialmente nel periodo invernale in cui i campi richiedevano meno impegno.

Alberione li denominò “cooperatori paolini” e a loro dovette tanto del suo successo. Ma c’erano anche i detrattori, quelli che sospettavano di ciò che si stava facendo e che si chiedevano da dove venissero i soldi che venivano abbondantemente spesi. E ce n’erano anche tra i preti della diocesi, che temevano che quel boom potesse trasformarsi in un crac e che la diocesi si sarebbe trovata a dover coprire buchi che facevano paura.

Ma Alberione andava avanti imperterrito, certo di dover rispondere alla chiamata del suo Signore e che lo stesso Signore avrebbe provveduto a superare tutti gli ostacoli che gli si frapponevano. Cercava anche ogni mezzo per rendere più sostenibile, dal punto di vista economico, la sua impresa, approfittando della sovrabbondanza di manodopera, per quanto del tutto digiuna di ogni preparazione tecnica, di cui disponeva. E avviò una sorta di programma autarchico, nella convinzione che producendo da sé tutto quello che gli occorreva avrebbe ridotto i costi. Iniziò dai mattoni, pensando a tutti quelli di cui aveva bisogno per il suo vasto programma edilizio, e impiantò una fornace che ricavava la materia prima proprio dai terreni dell’attuale piazza.

Poi, per garantire un’alimentazione più sana e nutriente ai suoi ragazzi, realizzò nella piccola casa colonica che stava in mezzo a quei terreni un mulino e un forno; avrebbero utilizzato il frumento donatogli dai suoi cooperatori. Ma gli stessi terreni gli fornivano pure del fieno, e con quello nutriva alcune mucche di cui aveva provveduto a dotarsi. E con l’erba del prato e i rifiuti della cucina allevava anche qualche dozzina di maiali.

Quando c’era bisogno di carne, non si sottraeva a manovre spregiudicate, procedendo a macellazioni clandestine. Sempre seguendo la sua logica, fece sorgere un’officinetta meccanica, una calzoleria, una falegnameria, e perfino una piccola fabbrica di inchiostri. Per culminare con la cartiera, che utilizzava la carta straccia che i suoi cooperatori gli procuravano; dal punto di vista economico non fu certo un successo, ma fu preziosissima in tempo di guerra per l’approvvigionamento di carta.

 

Un’unica missione per uomini e donne

I fastidi maggiori, però, Alberione li aveva con i suoi superiori. Da subito aveva chiesto un riconoscimento formale della sua opera, con la costituzione in congregazione religiosa. Ma voleva che fosse accettato lo schema che si era prefisso e che aveva già cominciato a realizzare: quello i una società di vita religiosa che avesse come scopo unico l’apostolato a mezzo della stampa e che fosse composta da un ramo maschile e uno femminile, integrati sotto un’unica direzione.

Merita a questo punto, per sottolineare la sua convinzione di un nuovo e più ampio ruolo da assegnare alle donne nella pastorale ecclesiale, ricordare come, già nel 1915, avesse pubblicato un suo libro intitolato La donna associata allo zelo sacerdotale.

Tutto questo, però, non riusciva a rientrare nelle strette regole del codice di diritto canonico, e per ottenere l’agognato riconoscimento pontificio, limando ogni volta le sue richieste, dovette attendere oltre dieci anni. E cedere sulla compresenza dei due rami in un’unica realtà, dando vita successivamente a più congregazioni femminili collegate con i Paolini sotto il cappello della Famiglia paolina.

 

Totale affidamento alla Provvidenza piuttosto che ai soldi

Quanto alle risorse economiche, Alberione ne ebbe sempre bisogno in quantità assai considerevole. Il denaro non gli bastava mai. Non certo per esigenze personali, dal momento che la sua vita fu, senza eccezioni mai, improntata a uno stile ancor più che monacale. Ma perché quello che stava creando costava molto, seppure i suoi figli (e le sue figlie ancor più) non ricevessero alcun compenso per il preziosissimo lavoro che svolgevano. Gli edifici, però, avevano un loro costo, di costruzione e di manutenzione; e le macchine da stampa non sempre riusciva a trovarle a buon prezzo; e, comunque, mantenere un esercito di persone che cresceva di continuo comportava un onere non indifferente.

E allora come faceva? Per comprenderlo, dobbiamo entrare nella sua mentalità, plasmata da una fede granitica: diceva che «è facile fare le opere coi soldi, il bello è lasciare che faccia le opere il Signore, che non parte mai dai soldi». E ancora che «le opere di Dio non si cominciano col denaro, ma con la preghiera e la fiducia in Dio; si metta la fiducia in Dio e si vada avanti, cominciare coi soldi è ingenuità».

Per i primi passi (l’acquisto di Gazzetta e l’impianto della scuola tipografica) provvide investendovi il ricavato della vendita della sua porzione di eredità ricevuta dal padrino. Poi, iniziò subito ad affidarsi alla Provvidenza. La quale era generalmente abbondante e arrivava anche nei momenti opportuni. Offerte e donazioni non gli mancavano: dai pochi, sudati spiccioli dei suoi cooperatori sparsi nei tanti paesi della diocesi albese e, man mano, nei luoghi dove arrivava il fiume delle sue pubblicazioni, alle molte migliaia di lire (di allora) che nobili signore e potenti e danarosi amici gli regalavano in varie occasioni. Ma, a fronte di tanta generosità, sosteneva che non era il caso di dimostrare troppa riconoscenza per i benefattori, perché era più giusto che questi fossero riconoscenti a coloro che gli offrivano la possibilità di impegnare in opere buone i loro beni.

Del resto, ebbe a dichiarare che «nessuno dei fornitori perdette un soldo, e sempre continuarono la loro fiducia. Benefattori cui la carità fruttò il triplo furono parecchi».

Già ho accennato ai doni di generi alimentari o di materiali occorrenti per la costruzione delle sue case. C’era chi aveva addirittura “istituzionalizzato” le sue elargizioni; per esempio, a Benevello, piccola parrocchia di Langa, il parroco, molto amico di Alberione, aveva fatto scrivere nello statuto del locale Piccolo credito che le sue risorse dovevano essere destinate al sostegno dell’opera della buona stampa. Ricorreva anche all’ordinario credito bancario, magari rivolgendosi a molte fonti, a volte «con scarsa discrezione», come scrive il suo biografo. E infine c’erano i proventi della produzione editoriale.

Ma le dicerie, a volte interessate, che prevedevano l’imminente crollo finanziario della sua creatura non cessavano, e continuavano a insinuare dubbi nelle superiori gerarchie ecclesiastiche.

Tanto che nel 1936 il vescovo di Alba monsignor Grassi, dietro suggerimenti di provenienza romana, gli si presentò ingiungendogli di fargli vedere i libri contabili. Al solito, Alberione non fece una piega, pregando solo di dargli il tempo occorrente, una settimana, per reperire il materiale.

E quando, dopo una settimana, il vescovo ritornò, scoprì che don Alberione non c’era più, essendosi trasferito definitivamente a Roma.

Se ne andò borbottando un ironico e sconsolato «ora capisco come agiscono i santi». E la Positio super virtutibus, il volumone in cui sono riassunte le indagini di supporto alla causa di beatificazione, riferisce l’episodio rubricandolo così: «Anche il vescovo di Alba riconosce la sua santità».

 

Pensare e progettare sempre più in grande

Dell’imprenditore, dunque, Alberione possedeva in elevata misura alcune delle doti più spiccate. Ebbe sempre a guidarlo un obiettivo chiarissimo, che perseguì con fermezza ma pronto in ogni caso a modulare il percorso per raggiungerlo, valutando con realismo ciò che era possibile volta per volta.

La sua capacità di visione si esprimeva nel pensare, e progettare, sempre in grande. Dedicava al suo lavoro tutte le energie di cui disponeva, malgrado una salute sempre cagionevole. Anche se il suo biografo parla della «sua naturale propensione a far fare più che a fare», era sempre restio a delegare, se non quando gli conveniva o quando non poteva assolutamente farne a meno.

Ciò gli era possibile grazie al fortissimo carisma che emanava e che tutti i suoi collaboratori e le sue collaboratrici riconoscevano e rispettavano. Egli non si presentava come un dotto che mette a disposizione di altri i tesori di sapienza che ha accumulato, ma come un maestro, o meglio ancora come un capo che dava direttive, suggeriva metodi nuovi e additava le mete da raggiungere. E sapeva farsi ubbidire senza mai usare modi men che sommessi.

Ma i suoi obiettivi furono sempre alieni da valutazioni di carattere economico. Egli voleva fortemente e solamente servire il suo Signore e la sua Chiesa, usando i mezzi che l’imprenditorialità gli suggeriva. Ma non perseguì mai il profitto, anzi in ogni modo cercò di evitare che la sua opera «degenerasse in un’impresa a carattere industriale e commerciale».

Accettò senza sforzo alcuno, in questa logica, quanto gli venne imposto per le costituzioni che regolavano la Società San Paolo: che non capitalizzasse nulla a scopo di lucro, che avesse sempre debiti però mai tali da mettere in pericolo la sua esistenza economica («una regola», commenta il suo biografo, «che egli personalmente non trasgredì mai»), che vietasse ai singoli membri di trarre qualsiasi profitto materiale per conto proprio dall’attività tipografico-editoriale.

A rafforzare poi la natura prettamente apostolica della Società San Paolo, a un certo punto Alberione assicurò Roma che si obbligava a stampare solo edizioni proprie, non a conto di terzi, eccetto che l’autorità ecclesiastica dichiarasse che erano di vero interesse per le anime. Un’attenzione particolare merita, in questo quadro, quella che potremmo chiamare la sua “politica del personale”. Per molti decenni fu sempre assolutamente contrario ad affidare qualunque incarico di lavoro a persone non appartenenti alla sua Società religiosa. Era fermamente convinto che, trattandosi la sua non di un’attività commerciale ma di un’opera di apostolato, tutte le sue parti dovevano essere nelle mani di “anime consacrate”, o almeno di cristiani che cercassero unicamente la ricompensa del Signore. Affidare il compimento di un apostolato a persone salariate gli pareva una sorta di profanazione.

Qualcuno ebbe a insinuare che Alberione così sfruttava il lavoro dei suoi figli e delle sue figlie, spesso anche giovanissimi. Ma queste voci furono zittite dagli interessati, che dichiararono sempre con decisione che mai Alberione avesse richiesto o imposto fatiche eccessive, perché tutti consideravano l’impegno lavorativo come apostolato.

Alla sua chiusura verso il lavoro affidato a esterni il fondatore fu decisamente fedele, almeno fino al 1960. Con fatica si adattò a rinunciarvi, ma solo quando si fu convinto che, senza l’aiuto di salariati, le opere iniziate non avrebbero più potuto continuare la loro crescita. Così ad Alba si poté realizzare alla metà degli anni ‘60 il nuovo grandioso stabilimento tipografico per la stampa di Famiglia cristiana, allora affermatasi come il più diffuso periodico italiano.

Per quasi cinquant’anni da allora offrì un ottimo lavoro a centinaia di famiglie della città e dei suoi dintorni.

 

La rapida espansione dall’Italia all’estero

Prima di chiudere, non possiamo non accennare a una delle caratteristiche più impressionanti della crescita della Società San Paolo e della Famiglia paolina, la sua rapida espansione.

Non solo in tante città d’Italia; qui, per limitarci al periodo tra 1928 e 1933, per esempio, nacquero 26 librerie paoline. Ma anche in tanti Paesi stranieri (sempre nello stesso lasso di tempo, Paolini e Figlie di San Paolo impiantarono attività in Argentina, Brasile, Stati Uniti, Germania, Francia, Spagna, Cina, Giappone, Filippine, India, Polonia).

Non tutte le fondazioni ebbero successo, ma tutte seguivano il medesimo schema. Innanzitutto, ogni “filiale” doveva avere una propria tipografia e un proprio alunnato, per formare i nuovi fratelli. Se si fosse ragionato dal punto di vista industriale, non ci sarebbe stata alcuna ragione per fondare più tipografie in una stessa nazione, e più avanti questo avrebbe causato problemi. Ma era uno scotto da pagare per non incorrere nelle ire della Congregazione romana, che appunto non voleva logiche industriali.

Ma soprattutto lasciano sbalorditi i modi con cui Alberione lanciava i suoi sacerdoti, e le sue figlie, letteralmente all’avventura, fidandosi esclusivamente sull’aiuto del Signore, senza alcuna preparazione e senza alcun supporto materiale. Con un preavviso di pochi giorni, dovevano partire verso un determinato posto, dove avrebbero dovuto cercare l’approvazione del vescovo locale e poi iniziare la loro attività di produzione e distribuzione della buona stampa, trovandosi da sé le risorse occorrenti. Li accompagnava la preghiera del fondatore, e ciò doveva bastare.

Impressiona leggere nella Positio la testimonianza di un medico albese che si recava in Etiopia e sul bastimento incontrò un sacerdote paolino che era stato inviato in Giappone «senza un soldo, senza una commendatizia, né alcuna conoscenza di lingue straniere».

Nel caldo torrido del Mar Rosso, indossava una lunga talare nera pesante, perché non aveva altri abiti. Per evitargli un colpo di calore, i viaggiatori fecero una colletta per dotarlo di un equipaggiamento più consono alla situazione. Per un altro caso, si racconta di un sacerdote partito alla volta dell’India, ma poi finito in Cina.

 

Cittadinanza onoraria dal Comune di Alba

Nonostante le non sempre facili relazioni con l’ambiente locale, Alberione fu costantemente legato a questa città, ove era maturata la sua vocazione, ove aveva ricevuto l’illuminazione che lo aveva collocato su una direzione precisa, ove le sue opere avevano cominciato a concretizzarsi. Né, d’altro canto, mai lo dimenticò la “sua” città, cui aveva dato fama e che gli aveva generosamente offerto tanti giovani e tante giovani che lo avevano seguito nella sua avventura apostolica.

Quando, nel 1964, la città di Alba gli conferì, con un atto raro nella sua storia, la cittadinanza onoraria, fu un momento di autentica, grande commozione.

Concludendo, don Alberione non potrà seriamente essere considerato come un modello per gli imprenditori. Ma sicuramente i risultati della sua attività, anche guardando solo gli aspetti materiali, sono stati grandiosi. Per Alba si trattò della prima grande impresa a carattere industriale che avesse mai conosciuto. Anche in questo contribuì a delineare i tratti della città industriale che sarebbe prepotentemente fiorita nel Dopoguerra.

Agenda Paolina

12 Agosto 2022

Feria (verde)
S. Giovanna Francesca de Chantal, religiosa
Ez 16,1-15.60.63 oppure 16,59-63; Cant. Is 12,2-6; Mt 19,3-12

12 Agosto 2022

* Nessun evento particolare.

12 Agosto 2022

SSP: Fr. Amos Schibuola (2009) • FSP: Sr. Mary Brigida Canchela (1992) - Sr. M. Speranza Allegri (1998) - Sr. M. Marcellina Cardoz (2006) - Sr. Emanuela Iacovelli (2007) - Sr. M. Colomba Gernandiso (2013) - Sr. Angela Maria Nota (2017) - Sr. Letizia Boi (2017) - Sr. M. Leontina Serusi (2020) - Sr. Maria Pia Aleandri (2021) • PD: Sr. M. Paolina Bellia (1962) • SJBP: Sr. Maurizia Flaim (2020).

Pensiero del Fondatore

12 Agosto 2022

Quando Gesù ha introdotto la sua Sposa nella cella privata del suo amore e delle sue intimità, sono misteriose e riservate le cose che Egli dice, così come quelle descritte nel Cantico dei Cantici (APD47, 392).

12 Agosto 2022

Cuando Jesús introduce a su esposa en la celda privada de su amor y de sus intimidades, son misteriosas y reservadas las cosas que él dice, tal como se describen en el Cantar de los Cantares (APD47, 392).

12 Agosto 2022

After bringing his Bride in the private cell of his love and intimacy, Jesus says things that are mysterious and reserved, like those described in the Song of Songs (APD47, 392).