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Sab, Mar

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Il Messaggio di Papa Francesco per la 55ma Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali 2021 colpisce una corda familiare non solo per chi è impegnato nel campo della comunicazione, ma anche per chi è coinvolto nella formazione. Leggendo «“Vieni e vedi” (Gv 1,46). Comunicare incontrando le persone dove e come sono», non posso fare a meno di collegare il messaggio del Papa, – che sottolinea l’incontro con persone reali, chi sono e dove sono – con ciò che sta accadendo nelle nostre attività di animazione vocazionale e nella formazione iniziale che si svolge nelle nostre comunità.

Un buon numero di elementi e osservazioni del Messaggio possono essere utili per rivedere e reinventare la nostra animazione vocazionale. Papa Francesco, rifacendosi a uno dei «primi emozionanti incontri di Gesù con i discepoli», scrive che “vieni e vedi” «continua ad essere essenziale», ad essere «il metodo di ogni autentica comunicazione umana» utilizzando «ogni strumento» possibile, sull’esempio del «grande comunicatore che si chiamava Paolo di Tarso», in particolare vivendo «la sua fede, la sua speranza e la sua carità». Andando più nel concreto, il Papa aggiunge che nel metodo “vieni e vedi”, la comunicazione dovrebbe «essere limpida e onesta», l’incontro dovrebbe essere molto personale – faccia a faccia, cuore a cuore – in contrasto con l’impersonale e a volte spettacolare approccio dei suoni e delle immagini che “incontriamo” in Internet, in particolare nei social media, ma che sono di impatto superficiale sull’utente. L’incontro autentico, afferma il Papa, fa ricordare alla persona «dettagli “di cronaca”» che restano freschi anche «oltre mezzo secolo dopo». Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, gli elementi caricati in Internet avranno un impatto che cambierà la vita delle persone solo se questo «flusso continuo di immagini e testimonianze» non saranno «manipolabili», cioè «fake news», ma piuttosto confermate da «una curiosità, un’apertura, una passione» di quelli «che spesso lavorano correndo grandi rischi».

“Vieni e vedi” è ancora la nostra strategia nella nostra promozione vocazionale, nel nostro Iter di Formazione? È semplicemente uno slogan o è un impegno operativo? Promuovere la vocazione dovrebbe essere la preoccupazione primaria di ogni membro, che inizia con la preghiera per buone vocazioni. Il nostro Beato Fondatore ha detto che noi stessi non dovremmo essere la causa della perdita delle vocazioni. Un mezzo «efficace a persuadere» nella promozione vocazionale è lasciare che gli «stessi Aspiranti» scrivano «alle Famiglie, ai Parroci, a ex compagni di scuola o fanciulli della parentela» della loro esperienza comunitaria, «si mostrano contenti e rivolgono un invito» (UPS I, 340). Tuttavia, è anche vero che, dalle nostre osservazioni e indagini, molti dei nostri formandi parlano e scrivono anche delle loro esperienze non positive, di «non trovare nella comunità e nelle nostre attività apostoliche ciò che si condivide nell’animazione vocazionale», di «non essere valorizzati abbastanza per i loro talenti», di «indifferenza e esempi scoraggianti di alcuni membri», di «essere abbandonati a se stessi», di «correre sulle quattro ruote a routine». Venendo da noi, una delle cose che i giovani cercano è la «vita di fraternità», poter “vedere”, “ascoltare” e “toccare”. Anche coloro che apprezzano abbastanza la vita comunitaria, desiderano qualcosa di più, soprattutto avere incontri più frequenti e personali, non formali né cortesi, o semplicemente riunirsi solo «per la voglia di incontrarsi» e, come scrive Papa Francesco, avere «incontri da persona a persona, da cuore a cuore». È molto più facile dire “vieni” da parte nostra, ma è molto più difficile “vedere”, in molte delle nostre comunità, la realtà che ci si aspetterebbe di vedere, da parte di chi è in ricerca vocazionale. Papa Francesco invita, inoltre, a metterci «in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà» dei giovani che vivono con noi per sperimentare chi siamo veramente e cosa dovremmo fare.

Analogamente a quanto il Papa dice circa la cronaca «preconfezionata, “di palazzo”, autoreferenziale», alcuni dei nostri contenuti di promozione vocazionale possono essere stati troppo idealizzati, standardizzati, creati «davanti al computer», presi «ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali» o direttamente copiati dai nostri documenti che rimangono, in molti casi, ideali. Un esempio ne è la «vita comune», che è una delle basi della nostra identità nella Chiesa, «come mezzo congruo per acquistare le virtù della carità nel rispetto scambievole e portando i pesi gli uni degli altri; per crescere in umiltà; per esplicare con più efficacia e sicurezza il proprio zelo, poiché “l’unità dei fratelli manifesta l’avvento di Cristo e da essa promana grande energia per l’apostolato”» (Cost., art 6). Tuttavia, i nostri formandi, «consumando le suole delle scarpe» e correndo le stradine delle nostre comunità e dei settori apostolici, incontrando persone in carne e ossa e «verificando de visu certe situazioni», trovano realtà diverse, come quelle già citate sopra.

Stiamo entrando nel tempo della Quaresima e mi viene in mente l’ultima frase del nostro programma di vita che è inciso accanto al Tabernacolo: «Abbiate il dolore dei peccati». Per avere un vero incontro con Dio, con i giovani, e avere la cura della casa comune – appunto, la comunità – ci viene chiesto di convertirci e vivere il Vangelo che è la nostra opzione fondamentale che abbiamo fatto e che si realizza nell’ «abitare la relazione con Gesù». Se non convertiamo la nostra mente dal «si è fatto sempre così nel passato», potremo «lavorare correndo grandi rischi» nel comunicare con i giovani di oggi. Mirare alla conversione del cuore che ci rende testimoni più che semplici maestri, non «solo con le parole, ma con gli occhi, con il tono della voce, con i gesti» e anche con i nostri «silenzi». Quando avverrà il cambiamento? Se non ora, domani sarà troppo tardi!