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Mar, Ott

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Fin da bambino il beato Giacomo Alberione dovette imparare dalla pratica l’importanza del lavoro. Ma la sua riflessione posteriore lo portò a una comprensione sublime di esso, elevandolo a una dignità insospettata, che ha lasciato come eredità ai suoi figli e figlie.

Un aspetto fondamentale della sua riflessione consiste nel mettere il lavoro in rapporto con la povertà. Alla luce del Vangelo, la povertà è distacco, condizione per la libertà assoluta in vista della pratica di un amore sconfinato a Dio e ai fratelli. Così intesa, la povertà trova nel lavoro una delle sue migliori espressioni, e si inserisce nello sforzo per realizzare lo sviluppo integrale della persona. In parole di papa Francesco, il lavoro assicura a tutti “la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze… per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo” (Tutti Fratelli, n 162). In questo modo, la persona collabora con Dio creatore al mantenimento e allo sviluppo del creato, e con la missione dell’evangelizzazione, che permette a chi la compie di consumarsi nell’amore, collaborando con Cristo, Dio redentore.

A questo tema Don Alberione dedicò addirittura un opuscolo intitolato Il lavoro nelle Famiglie Paoline (1954), e più volte insistette nel grande valore del lavoro, che è redentore per chi lo fa e per gli altri, che ci avvicina a Dio, atto puro, che è una sorta di martirio della carità, e addirittura un segno di vocazione. E mette a modello Gesù Cristo, che “fu il primo operaio”; Maria, che “era un’operaia” (CISP p 1076); san Paolo, “grande lavoratore”, che ha lavorato per sostenere sé stesso e i suoi collaboratori (CISP p. 1081) e i santi in genere, che “sono tutti lavoratori” (cfr. CISP p 1079-1081).

Questa alta valutazione del lavoro l’ha voluto imprimere nella sua Famiglia. Basti come esempio questa citazione di Abundantes divitiae gratiae suae, dove introduce il lavoro tra le abbondanti ricchezze elargite da Dio alla Famiglia Paolina: “Già durante il chiericato e specialmente dopo, meditò il gran mistero della vita laboriosa di Gesù a Nazareth. Un Dio che redime il mondo con virtù domestiche e con un duro lavoro fino all’età di trent’anni” (AD 127).

Con grande enfasi, Don Alberione ricorda che nel lavoro apostolico “siamo debitori a tutti, specialmente ai piccoli, agli infedeli, agli umili ed ai poveri, affinché, per mezzo della Chiesa sia fatta conoscere la multiforme sapienza di Gesù Cristo” (CISP p 1090).

E ha promosso nelle sue fondazioni una spiritualità del lavoro ben concreta, affermando, ad esempio, che l’osservanza della povertà richiede, prima di tutto, l’efficienza nel lavoro (cfr. VRg 285) o che “Il religioso che ha raggiunta la professione perpetua, e finché si trova nel vigore delle forze, deve provvedere almeno a tre-quattro persone” (UPS I p 460).

Continua la riflessione in Abundantes divitiae in forma di domande: “Lavoro redentivo, lavoro di apostolato, lavoro faticoso. Non è questa la via della perfezione, mettere in attivo servizio di Dio tutte le forze, anche le fisiche? Non è Dio atto purissimo? Non entra qui la vera povertà religiosa, quella di Gesù Cristo? Non vi è un culto fatto col lavoro a Gesù Operaio? Non si deve adempiere, anche più dai religiosi, il dovere di guadagnarsi il pane? Non è questa una regola che san Paolo impose a sé? Non è un dovere sociale e che solo adempiendolo l’apostolo può presentarsi a predicare? Non ci rende umili?... Non è il lavoro salute? Non preserva dall’ozio e da molte tentazioni? […] Se Gesù Cristo ha preso questa via, non era perché tale punto era uno dei primi da restaurare? Il lavoro non è mezzo di merito? Se la Famiglia lavora, non stabilisce in un punto essenziale la vita in Cristo?” (AD 128).

Scrive ancora Don Alberione: “Il mistero di Cristo-operaio ci sembra più profondo del mistero della passione e morte... Il sudore della sua fronte a Nazareth non era meno redentivo che il sudore di sangue nel Getsemani! Quello che Gesù fece è insegnamento più chiaro di quanto egli predicò” (CISP p 1079).

Questa forte positività del lavoro si riflette poi nella normativa di tutti gli Istituti da lui fondati (Cfr. Costituzioni o Regole di vita. della Società San Paolo (art. 36, delle Figlie di San Paolo (art. 49, delle PDDM (art. 42, delle HJBP (art. 48), delle AP (art. 169). Da qui l’importanza dell’educazione al lavoro, che “è la massima carità”, il sommo bene di un giovane “per la vita presente e per l’eternità” (CISP p 1079).

Quindi il lavoro dà un tono particolare alla povertà paolina. È il mezzo normale per provvedere alla comunità e il modo per attuare l’annuncio del Vangelo. Con la nostra creatività e diligenza, facciamo del lavoro uno strumento di partecipazione alla vita laboriosa di Cristo e alla sua opera redentrice, e una testimonianza nel mondo contemporaneo, dimostrando che le conquiste del progresso possono essere messe al servizio della verità. Questo è l’insegnamento del Fondatore.

È la massima dignità del lavoro, grande valore umano in sé, ma che raggiunge il suo culmine quando è a servizio dell'evangelizzazione. Si può dire che, come i mezzi tecnici, quando il lavoro è a servizio dell’evangelizzazione, “riceve una consacrazione, è elevato alla sua più alta dignità” (cfr. UPS I p 316).

 

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27 Ottobre 2020

Feria (verde)
Ef 5,21-33; Sal 127; Lc 13,18-21

27 Ottobre 2020

* Nessun evento particolare.

27 Ottobre 2020

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