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Ven, Giu

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Nel presentare il tema editoriale per l’anno 2020 della “gioventù”, il Superiore generale, don Valdir José De Castro, ci invita a dare importanza ai giovani. La seconda area di impegno è infatti indirizzata «a tutti coloro che lavorano con i giovani o li accompagnano nel loro processo di formazione, di maturazione e di discernimento vocazionale».

Ci poniamo, quindi, alcune domande: «Dove sono andati tutti i giovani?»; «“Vengono e vedono” ancora nelle nostre comunità?»; «Se “vengono e vedono”, rimangono?».

“Vengono e vedono” ancora le vocazioni nella Congregazione, dentro la nostra realtà paolina in tutto il mondo. Le statistiche sull’ingresso (oltre che sull’uscita) delle vocazioni nelle nostre comunità provengono dal risultato del questionario utilizzato durante il 2o Seminario internazionale sulla Formazione paolina per la Missione (4-8 novembre 2019). Se nella “travagliata Europa” le vocazioni sono scarse, dobbiamo dire che ne fioriscono ancora nella “grande Africa”, nell’“immensa Asia” e in America Latina. Indipendentemente dal numero e dalla provenienza delle vocazioni, la Società San Paolo è universale. La Congregazione è un corpo mistico. Noi tutti condividiamo lo stesso Pane e lo stesso Calice, gioie e dolori, partecipiamo alla stessa missione ovunque ci troviamo. Il successo o il fallimento in una parte è condiviso da tutti, ovunque, senza perdere la speranza.

In considerazione del ruolo cruciale dei formatori nella formazione dei giovani, il questionario ha anche chiesto le aspettative e i motivi per cui i giovani volevano “unirsi alla Congregazione”. Le prime tre risposte sono ricorrenti in tutti e cinque i continenti in cui siamo presenti. Il primo insieme di risposte è “evangelizzare con i media nuovi o moderni”, il secondo è l’attrazione delcarisma, vita religiosa, spiritualità della Congregazione”, e il terzo è sperimentare “una vita di armonia, fraternità, comunità, vita felice”.

Dopo che hanno “visto” ciò che c’è dentro, è stato chiesto che “cosa non hai ricevuto secondo le tue aspettative riguardo alla formazione integrale?”. Ecco due insiemi di risposte: la formazione paolina integrale per la missione secondo “i segni dei tempi”, “utilizzando più strumenti mediatici durante la formazione”, con “le risorse moderne necessarie per svolgere meglio la missione” e con “approccio pastorale”; vita comunitaria priva di “disciplina nella vita e preghiera comune”, “mancanza di fraternità” e “carenza di testimonianza da parte dei membri”.

Ciò che i giovani non hanno ricevuto dopo essere “venuti” è associato alle motivazioni per cui sono usciti dopo aver “visto”: “formazione inadeguata per la missione” (“itinerario poco chiaro”, “senza coinvolgimento nell’apostolato”, “vecchio paradigma,” “non essere valutati come persone”, “talenti personali non sviluppati per la missione”); “mancanza di vita fraterna” (“assenza di sostegno fraterno”, “individualismo”, “carenza di testimonianza da parte degli altri membri”). A proposito, i motivi precedenti per cui i giovani hanno lasciato la Congregazione sono stati preceduti dalla motivazione della “mancanza di autentica vocazione paolina”.  

La formazione integrale è solo una delle chiavi per aiutare i giovani «nel loro processo di formazione, di maturazione e di discernimento vocazionale». Mentre dobbiamo riconoscere la responsabilità personale nel rispondere alla chiamata e nel coltivarla fino a fruttificare il “dono ricevuto”, l’impegno maggiore grava su «tutti coloro che lavorano con i giovani o li accompagnano». Il nostro padre San Paolo scrive che mentre i figli devono «obbedire ai genitori in tutto, i padri», prima di tutto, «non devono esasperare i loro figli, perché non si scoraggino» (Col 3,20-21; Ef 6,4).

Nella sua esperienza mistica, il Signore stesso assicurò il nostro beato Fondatore: «Le vocazioni vengono solo da me, non da te: questo è il segno esterno che sono con la Famiglia Paolina» (AD, 113). Poiché la missione paolina è attuale per la gente di oggi e in armonia con i segni dei tempi, le vocazioni non dovrebbero mancare. Papa Francesco afferma che la mancanza di vocazioni in molti luoghi «è dovuta all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine». E aggiunge: «È la vita fraterna e fervorosa della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione». Nello stesso tempo il Papa ci mette in guardia con questa precauzione che dobbiamo applicare vigorosamente durante la fase di proposta vocazionale: «nonostante la scarsità di vocazioni, oggi abbiamo una più chiara coscienza della necessità di una migliore selezione dei candidati al sacerdozio. Non si possono riempire i seminari sulla base di qualunque tipo di motivazione, tanto meno se queste sono legate ad insicurezza affettiva, a ricerca di forme di potere, gloria umana o benessere economico» (EG, 107). Pertanto, privilegiamo la qualità e non la quantità!

La proposta vocazionale è opera di tutti, in particolare la “proposta” della propria consacrazione e missione specifica come stile di vita, ovvero la testimonianza della vita paolina! La comunità, quindi, è il vero vivaio delle vocazioni. I giovani ben motivati, insieme ai formatori adeguatamente formati, in una comunità fraterna che corre in sinergia sulle quattro ruote sono gli ingredienti necessari per le vocazioni, una vocazione chiara, dedita a «fare tutto per il Vangelo». Cominciamo con noi stessi, vivendo ciò che il nostro Padre e Protettore ci chiede: «Trasformatevi rinnovando la vostra mente» (Rm 12,2).

La messe è abbondante. Il Signore continua a mandare buoni operai nella sua messe. Ad ognuno, candidati e membri, viene chiesto di considerare ciò che il Primo Maestro stesso ci ha esortato a fare: «Le vocazioni bisogna coltivarle perché, quando Dio dà la vocazione a un’anima, vuole anche che coloro che sono attorno e che conoscono quell’anima, conoscono quella persona, l’aiutino a seguire la vocazione di Dio» (AP 1959, p. 153).