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Una delle novità più rilevanti introdotte dal Concilio Ecumenico Vaticano II è stata l’aver portato nell’ecclesiologia la visione di “popolo di Dio”. Tale categoria, rimasta in letargo per molti anni, non ha portato nella Chiesa tutta la forza dirompente contenuta nella sua identità.

Merito di Papa Francesco è quello di aver fatto risorgere questa dimensione, ma soprattutto avergli dato sostanza e vitalità dentro una nuova visione di Chiesa, definita come Chiesa sinodale. La Chiesa sinodale proposta da Papa Francesco, infatti, è una Chiesa composta di “soggetti”, e, quindi, di “relazioni”, non di strutture. I soggetti sono: al primo posto i laici, quindi i pastori e il Vescovo di Roma. Guardare al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici” (Lettera di Papa Francesco al Cardinale Ouellet, 19 Marzo 2016).

L’aver messo al primo posto i laici già indica e apre una visione dal basso, teologicamente fondata sul battesimo e sul sacerdozio comune, che apre alla partecipazione attiva perché basata su una dignità comune. “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano per essenza e non tanto per grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo”. (LG 10)La totalità dei fedeli, avendo l'unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici» mostra l'universale suo consenso in cose di fede e di morale” (LG 12).

Dopo secoli in cui i laici erano posti in un ruolo di sottomissione passiva, il Concilio Vaticano II fonda la sua visione ecclesiologica sul fondamento della pari dignità di tutti i membri della Chiesa: “Anche se per volontà di Cristo alcuni sono costituiti dottori, dispensatori dei misteri e pastori a vantaggio degli altri, fra tutti però vige vera uguaglianza quanto alla dignità e all’azione nell’edificare il corpo di Cristo, che è comune a tutti quanti i fedeli”. (LG 32) In linea con la teologia conciliare, Papa Francesco ne fa derivare un protagonismo dinamico e interattivo tra tutti i soggetti componenti la Chiesa nella visione di Chiesa come corpo di Cristo: soprattutto per­ché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade” (LG 31).

Il principio di pari dignità non elimina la diversità delle funzioni all’interno della Chiesa, ma queste si muovono nella logica della diversa partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo. Chi partecipa al “sacerdozio ministeriale” non sta “sopra gli altri” ma è chiamato ad “abbassarsi”, “per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino”.

Non dimentichiamolo mai! Per i discepoli di Gesù, ieri oggi e sempre, l'unica autorità è l'autorità del servizio, l'unico potere è il potere della croce, secondo le parole del Maestro: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27). Tra voi non sarà così: in quest'espressione raggiungiamo il cuore stesso del mistero della Chiesa – “tra voi non sarà così” – e riceviamo la luce necessaria per comprendere il servizio gerarchico” (Papa Francesco, 17 Ottobre 2015).

Cosa succederebbe se applicassimo questa dimensione ecclesiale di “popolo di Dio in cammino” alla nostra Congregazione, a noi Paolini. Ci sentiamo uniti come popolo che cammina insieme nella realizzazione della sua missione? A me pare che stia venendo meno quel collante che ci unisce e ci fa sentire “popolo congregato” (congregazione). Mi pare che la mancanza di tale dimensione sia alla base di tante nostre difficoltà e incomprensioni e va assolutamente ricostruita se vogliamo guardare con speranza il nostro futuro, ma, soprattutto, se vogliamo rispondere oggi alle sfide che la nostra missione ci pone davanti. Non possiamo andare avanti ognuno per conto suo in modo disarticolato. Non è questa la scelta che abbiamo fatto nella nostra professione: “A questa società mi offro con tutto il cuore, affinché, con la grazia dello Spirito Santo, e per l’intercessione della beata Maria, Regina degli Apostoli e di san Paolo apostolo, io possa conseguire la perfetta carità nel servizio di Dio e della Chiesa” (Costituzioni, art. 123).

Ciò non vuol dire massificazione o uniformità. Vuol dire, invece, mettere insieme le nostre diversità, intese come talenti, per arrivare ad un consenso il più ampio possibile, tenendo ben conto del “bene possibile”.

Per ricostruirci nella nostra identità di “popolo congregato” (congregazione) non servono le dinamiche di gruppo aggregative né possiamo confidare nelle strutture, nei grandi progetti apostolici, nelle grandi assisi capitolari e demandare loro questo compito. La costruzione della nostra identità come popolo è un cammino di conversione, di ritorno alle nostre radici, alla fonte viva da cui scaturiscono i fondamenti condivisi e le motivazioni vere del nostro essere paolini oggi.

E i fondamenti perché la nostra congregazione si ricostruisca come “popolo di Dio in cammino” non ce li dobbiamo inventare o creare in modo artificioso. Ci vengono consegnati e offerti dalla Chiesa, madre e maestra, e sono quelli riportati nella prima parte di questo scritto:

  • Tutti abbiamo lo stesso Spirito che ci abilita e ci unisce al sacerdozio di Cristo;
  • Perché dotati dello stesso Spirito, siamo abilitati ad essere “profeti”, dare il nostro contributo, partecipare attivamente alla costruzione del corpo di Cristo che è la Chiesa;
  • Tutti godiamo di pari dignità nella Chiesa, ci differenzia solo il servizio;
  • Siamo popolo di Dio perché tutti abitati dallo stesso Spirito che ci fa gridare insieme “Abbà/Padre”, ci fa riconoscere come fratelli, ci costruisce come corpo di Cristo nella Chiesa;
  • Ci riconosciamo come popolo di Dio perché col battesimo (e la professione religiosa) facciamo parte dello stesso corpo che è la Chiesa.

Condizione indispensabile per iniziare questo cammino è credere ed essere convinti che la dimensione di noi paolini come popolo congregato non è una realtà virtuale ma una realtà vera e reale “più intima a me di me stesso” (Sant’Agostino, Confessioni, III, 6, 11), che richiede una buona dose di fede in Colui che è fedele alla sua parola data e che la sua parola realizza e crea quanto dice: “… così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Isaia 55). Una fede incarnata che diventa motore del nostro modo di pensare, valutare, scegliere.

Questo è il primo passo per avviare la ricostruzione del tessuto della nostra congregazione come popolo unito nel camminare insieme. Per i passi successivi rimandiamo alle prossime puntate.

 

*Don Vito Fracchiolla, Vicario generale della Società San Paolo.

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