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Ha riscosso molto interesse il convegno intitolato “La comunità digitale”, organizzato dalla Curia generalizia dei Paolini e svoltosi lo scorso 5 ottobre a Roma presso la “Sala Don Giacomo Alberione” di Via Alessandro Severo. Un centinaio i presenti – membri della Famiglia Paolina, giornalisti interessati al tema, amici – e oltre 1500 gli accessi alla diretta in streaming sul profilo ufficiale Facebook, dove si possono trovare tutti i video delle conferenze. Una giornata intera dedicata ad affrontare un tema emergente nel campo della comunicazione e che può aprire nuovi orizzonti, senza tralasciare i vecchi, nel campo del nostro apostolato.

Il professor Massimo Di Felice, docente di comunicazione nella “Escola de Comunicações e Artes” dell’Università di São Paulo (Brasile), ha spiegato che la comunicazione in rete, che crea ormai infinte “comunità digitali” (si pensi solo alla rete di amicizie di ciascuno su facebook, twitter, instagram, etc.), non è tanto una questione tecnica o tecnologica, ma piuttosto antropologica, sociologica e ambientale. L’essere ormai tutti connessi, infatti, cambia radicalmente la nostra condizione abitativa del pianeta. Infatti, la “digitalizzazione del mondo” (cioè il fatto che non solo persone ma anche cose e territori, attraverso sensori collegati al web, siano in rete) e il fatto che qualsiasi comunità possa essere “atopica” (cioè senza necessariamente un luogo fisico di incontro, o sommando questo alla connessione in rete), crea una sorta di “koinonia”, cioè di comunione, che può aprire spazi di interazione positiva a tutti i livelli, non ultimo quello della diffusione e della condivisione del messaggio salvifico di Cristo. Una prospettiva che, tuttavia, come ha sottolineato il vaticanista Raffaele Luise, insieme agli orizzonti positivi che apre merita tuttavia anche di essere sottoposta ad analisi critica, in quanto la vera comunione va oltre una semplice “connessione” e sfocia nel dono di sé di ciascun membro della comunità. Un discorso a parte, secondo il giornalista, è il dubbio che la connettività tra persone è permessa da gigantesche multinazionali (Google, Amazon, Facebook, Apple, etc.), che arrivano così a dominare il mercato grazie ai “big data”.

Interessante anche l’intervento del professor Stéphane Hugon, giovane docente di “Sociologia e Design relazionale” alla Sorbona di Parigi, che ha spiegato come – a partire dalla tendenza delle persone a formare comunità online-offline in base ai loro molteplici interessi – le multinazionali, a partire dalle stesse grandi firme della moda, tendono ormai a trasformare il prodotto da “cosa” da vendere in “oggetto relazionale”, capace di creare intorno a loro communities di interesse, vissute come veri e propri spazi di condivisione. Per fare questo (elemento sorprendente e che merita da parte nostra un adeguato approfondimento) esse creano degli spazi, che tendono a sostituire i vecchi “negozi”, e ritualità per presentare i prodotti, che attingono a piene mani dalla liturgia e dall’arte sacra cristiana, spogliandole ovviamente dai loro significati fondamentali teologici e in qualche modo “paganizzandole”.

Ha completato il panel dei relatori Angelo Sturni, giovane consigliere comunale di Roma appartenente al Movimento 5 Stelle, che ha presentato come la connettività 2.0 (quella, cioè, dei social), ha permesso a tale formazione politica di inaugurare la piattaforma “Rousseau”, che rende possibile (aggiungiamo noi, con tutti i dubbi che la teoria della politica e lo stesso diritto costituzionale delle democrazie occidentali pone a questo processo di manifestazione del consenso) ai simpatizzanti di esprimere il loro parere e le loro proposte politiche in rete, senza intermediazioni. In una parola, una forma di “comunità digitale politica”, che apre prospettive tutte da esplorare nel futuro.

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