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Dom, Jul

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È un brasiliano, don Valdir José De Castro, 54 anni, il nuovo superiore generale della Società San Paolo, settimo successore del beato Giacomo Alberione. Per la prima volta i sessanta membri del Capitolo generale riunito ad Ariccia, nella Casa del Divin Maestro, la stessa dove il Papa si recherà il 22 febbraio per gli esercizi spirituali, come aveva già fatto l’anno scorso, hanno scelto un non italiano. 

Don Valdir è stato eletto con la maggioranza richiesta dei due terzi alla seconda votazione mercoledì 4 febbraio. Il padre, Francisco Prereira de Castro, era di origine portoghese; la mamma, Therezinha Zuccolo, è di origine italiana, ma nata in Brasile. Ha tre fratelli e cinque nipoti. Entrato nel seminario paolino di San Paolo in Brasile nel 1979 è stato ordinato sacerdote nel 1987. Si è laureato anche in Giornalismo con una tesi sulla pubblicità e ha fatto la licenza in comunicazione sociale. Da alcuni anni era provinciale della provincia Brasiliana e dirigeva  la Facoltà Paulus di Tecnologia e di Comunicazione (FAPCOM), una delle più prestigiose scuole di Giornalismo della città di San Paolo con oltre mille studenti.

I Paolini sono presenti in 38 nazioni. La Congregazione è stata fondata da don Giacomo Alberione, beato della Chiesa cattolica, cento anni fa, il 20 agosto 1914, ad Alba.

Famiglia Cristiana e Credere, riviste edite dalla Società San Paolo, hanno incontrato il neoeletto.

 

Ecco un estratto dell’intervista, raccolta da Alberto Bobbio e Saverio Gaeta, che sarà pubblicata integralmente nei numeri in edicola la settimana prossima.

«Certamente è un’emozione e una responsabilità grande», ha detto don Valdir, «essere il primo successore non italiano del beato Giacomo Alberione. Ma io lo interpreto come un segno: il Brasile, proprio partendo dalla città di San Paolo, è stato la prima provincia aperta all’estero dal nostro fondatore, il 20 agosto 1931. E dunque i miei confratelli paolini brasiliani ed io siamo oggi la testimonianza che quel seme piantato quasi 85 anni fa ha portato frutto».

 

Don Valdir, come ha percepito la chiamata a essere sacerdote? E perché proprio tra i Paolini?

«Sin da bambino, quando facevo il chierichetto nella mia parrocchia, sentivo il desiderio di consacrarmi al Signore. Però non mi era chiaro dove frequentare il seminario, se in diocesi, oppure in qualche specifica congregazione. Ho fatto i normali studi liceali e, nel 1978 il paolino Antonio Carlos, mi invitò alla sua ordinazione sacerdotale. In occasione di quella cerimonia mi informai un po’ più a fondo sul carisma della Società San Paolo e decisi: “Voglio essere un sacerdote come lui, con questa precisa missione della comunicazione del Vangelo”».

 

Lei attualmente era superiore del Brasile, ma in precedenza aveva ricoperto il medesimo incarico per la provincia di Argentina-Cile-Perù, con sede a Buenos Aires. Ha avuto occasione di incontrare l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio?

«Certamente. Ricordo in particolare il primo appuntamento, quando ci recammo da lui insieme con il nostro generale don Silvio Sassi e l’ex Provinciale don Martin Dolzani. Ci accolse con grande semplicità e cordialità, affermando che apprezzava molto l’impegno dei Paolini. Ci illustrò tutti i mezzi di comunicazione di Buenos Aires e fu molto simpatico quando, alla fine dell’incontro, mi diede seduta stante la licenza per svolgere il ministero sacerdotale in diocesi».

 

E ora è il primo successore non italiano di don Giacomo Alberione.

«Alberione era una persona come diciamo noi in Brasile “antenada”, un precursore. Partecipava ai congressi di sociologia, dava importanza alle questioni politiche, allo studio della filosofia oltre che della teologia, e tutte le novità nel campo della comunicazione sociale. Era soprattutto preoccupato di come comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Essere successore di don Alberione, dopo la celebrazione del centenario di fondazione della Congregazione e inizio della Famiglia Paolina,  è una sfida molto grande che può essere fatta solo con l’aiuto di Dio e con la collaborazione di tutti i confratelli paolini sparsi in tutto il mondo. Insieme vogliamo comunicare il Vangelo in un mondo in continua evoluzione».

 

In che senso?

«Oggi, se la Chiesa vuole ancora parlare alle persone, non si può accomodare sulle certezze del passato, cioè le forme classiche di comunicazione del Vangelo, né pensare che il solo utilizzo delle nuove tecnologie digitali, di cui abbiamo imparato bene ogni tecnica, possa essere sufficiente. Noi dobbiamo aiutare chi comunica, siano essi giornalisti o politici o sacerdoti, a sviluppare una formazione critica, a farsi opinioni non uguali a quelle di altri, a intrecciare filosofia, comunicazione e i valori cristiani. Insomma dobbiamo preparare professionisti non solo per il mercato. Oggi avere uno smartphone ed essere sempre in rete, non è più un privilegio, né una necessità. È un diritto. Ma c’è molta gente che continua a essere esclusa da tale diritto. Ebbene noi dobbiamo spiegare come esercitare con responsabilità quel diritto e cercare di estenderlo ad altri. Ci sono periferie anche digitali. Noi all’università insegniamo proprio questo, che è la nuova sfida dell’identità paolina».

(Fonte: Vatican Insider - La Stampa.it)